✕

La corsa di Ward tra le fiamme: la bimba sopravvissuta al raid israeliano sulla scuola di Gaza City

Ascolta l'audio

Le immagini della sua fuga tra le fiamme dei raid aerei israeliani hanno fatto il giro del mondo. “Abed, Mohammed, Amal, mamma, Maryam, Sillwan, tutti sono stati uccisi tranne me”, racconta il giorno
2 minuti di lettura

Nei video dell’incendio seguito al raid israeliano sulla scuola Fahmi Al-Jarjawi nel quartiere Daraj, a Gaza City, la si vede correre fra le fiamme. Una sagoma piccola che annaspa in cerca dell’uscita. Il suo nome è Verd Al Sheikh Khalil, ha sette anni, e della sua famiglia è una delle poche sopravvissute.

“Abed, Mohammed, Amal, mamma, Maryam, Sillwan, tutti sono stati uccisi tranne me”, racconta il giorno dopo quella notte di orrore ai giornalisti palestinesi tornati, come lei, di fronte a quella scuola diventata una pira. Le immagini del giorno dopo mostrano solo devastazione, in piedi è rimasto giusto lo scheletro, qualche maglia ancora appesa alle ringhiere esterne, mozziconi di materassi carbonizzati. Per ore, la protezione civile palestinese ha lavorato per tirare fuori i corpi delle vittime, secondo il ministero della Salute di Gaza arrivate a quota 54mila.

Dentro c’erano per lo più donne e bambini, famiglie spezzate dall’ennesimo sfollamento, che lì avevano cercato rifug…

Nei video dell’incendio seguito al raid israeliano sulla scuola Fahmi Al-Jarjawi nel quartiere Daraj, a Gaza City, la si vede correre fra le fiamme. Una sagoma piccola che annaspa in cerca dell’uscita. Il suo nome è Verd Al Sheikh Khalil, ha sette anni, e della sua famiglia è una delle poche sopravvissute.

“Abed, Mohammed, Amal, mamma, Maryam, Sillwan, tutti sono stati uccisi tranne me”, racconta il giorno dopo quella notte di orrore ai giornalisti palestinesi tornati, come lei, di fronte a quella scuola diventata una pira. Le immagini del giorno dopo mostrano solo devastazione, in piedi è rimasto giusto lo scheletro, qualche maglia ancora appesa alle ringhiere esterne, mozziconi di materassi carbonizzati. Per ore, la protezione civile palestinese ha lavorato per tirare fuori i corpi delle vittime, secondo il ministero della Salute di Gaza arrivate a quota 54mila.

Dentro c’erano per lo più donne e bambini, famiglie spezzate dall’ennesimo sfollamento, che lì avevano cercato rifugio. Si sentivano ragionevolmente tranquilli, da Idf non erano arrivati ordini di evacuazioni. Su quella scuola, almeno sulla carta, non sarebbero dovute piovere bombe. E invece nella notte è iniziato il raid. “Stavo dormendo quando è scoppiato l’incendio, ero sola, ho provato a uscire. Non riuscivo a trovare mio papà”, ha raccontato la bambina. L’accompagna lo zio, Eyahd Mohamed al Sheikh Khalil.

Il padre e l’unico fratello sopravvissuto, Firas, sono ancora ricoverati. “C’erano fiamme ovunque, a un certo punto il soffitto mi è crollato addosso, le fiamme mi hanno avvolto il braccio”, racconta, ancora terrorizzata, spaurita. Nei video indossa una maglietta rosa che ne accentua il pallore, quando parla di quella notte da incubo ancora singhiozza. In alcuni la si vede abbracciata allo zio, uno dei pochi parenti rimasti in vita.

“Ho riconosciuto Ward nei video che circolavano e sono corso in ospedale. Che si sia salvata è un miracolo”, spiega. Degli altri nipoti è rimasto a stento un corpo da seppellire. “Erano erano completamente carbonizzati. Se non fosse perché stavano sempre nello stesso posto, nella stessa classe, probabilmente non li avremmo neanche riconosciuti. Di loro sono rimasti solo gli scheletri, in pochi minuti sono stati ridotti in cenere”, racconta. Non riesce a togliersi dalla mente l’immagine di Mohamed, dieci anni. “Di lui – sussurra – è rimasto solo il teschio”.

E non mostra rabbia, ma solo rassegnazione quando nel dire “il mondo sta guardando i bambini e le donne bruciare senza fare nulla. Che crimine hanno commesso? Cosa hanno fatto? Cosa ha fatto la piccola Ward per vedere tutta la sua famiglia bruciare davanti a lei, per vedere la scuola, un posto che lei considerava sicuro, bombardata?”.

Dal 18 marzo scorso, quando il cessate il fuoco è stato violato, le forze israeliane hanno intensificato i bombardamenti aerei, terrestri e marittimi sulla Striscia di Gaza e hanno ampliato le operazioni terrestri, una strategia culminata nelle nuova operazione militare, denominata "I carri di Gedeone". “Questa strategia – si legge nell’ultimo rapporto dell’Agenzia per gli Affari Umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) - ha causato centinaia di vittime, la distruzione di infrastrutture civili e lo sfollamento su larga scala di persone. Senza un posto sicuro dove andare, molti hanno cercato rifugio in centri di fortuna e in campi per sfollati. Le persone sono confinate in spazi sempre più ristretti, con l'81% della Striscia di Gaza ora all'interno di zone militarizzate israeliane o sottoposta a ordini di evacuazione”.

Secondo Ocha “la frequenza degli attacchi contro le tende e gli edifici residenziali degli sfollati interni, così come contro gli ospedali affollati, indica che si sta prestando poca, se non nessuna, attenzione alla protezione delle vite dei civili a Gaza, mentre le segnalazioni dell'uso di armi con effetti su vasta area suggeriscono attacchi deliberati e indiscriminati".

Leggi i commenti