Gaza, inferno aiuti umanitari: migliaia di famiglie affamate assaltano i nuovi contractor
dal nostro inviato Fabio TonacciTEL AVIV – Cosa poteva succedere se non questo? Undici settimane di blocco degli aiuti umanitari, due milioni di palestinesi che hanno fame, i forni chiusi, le pance vuote. Come poteva andare diversamente il giorno uno del nuovo sistema, se prima a Gaza c’erano quattrocento punti dove prendere il pane e ora soltanto due? Per giunta controllati dall’esercito israeliano e gestiti da una controversa fondazione americana dove i dirigenti si dimettono ancor prima di entrare in carica. Due centri di distribuzione per due milioni di persone. È stato il caos. E non poteva essere altrimenti.
Donne, vecchi, bambini, padri di famiglie affamate, madri di figli malnutriti, a migliaia sono arrivati a piedi dopo chilometri nella polvere e hanno preso d’assalto il sito allestito nel quartiere Tal al Sultan, zona di Rafah. Disarmati, spinti dai morsi dello stomaco. «Di più, eravamo centinaia di migliaia», dice chi, nella bolgia, ha tentato fino all’ultimo di afferrare lo scatolone che contiene, s…
TEL AVIV – Cosa poteva succedere se non questo? Undici settimane di blocco degli aiuti umanitari, due milioni di palestinesi che hanno fame, i forni chiusi, le pance vuote. Come poteva andare diversamente il giorno uno del nuovo sistema, se prima a Gaza c’erano quattrocento punti dove prendere il pane e ora soltanto due? Per giunta controllati dall’esercito israeliano e gestiti da una controversa fondazione americana dove i dirigenti si dimettono ancor prima di entrare in carica. Due centri di distribuzione per due milioni di persone. È stato il caos. E non poteva essere altrimenti.
Donne, vecchi, bambini, padri di famiglie affamate, madri di figli malnutriti, a migliaia sono arrivati a piedi dopo chilometri nella polvere e hanno preso d’assalto il sito allestito nel quartiere Tal al Sultan, zona di Rafah. Disarmati, spinti dai morsi dello stomaco. «Di più, eravamo centinaia di migliaia», dice chi, nella bolgia, ha tentato fino all’ultimo di afferrare lo scatolone che contiene, sì e no, due giorni di sopravvivenza. Un’altra scena che umilia la dignità umana entra nella penosa galleria della guerra di Gaza.
Nelle nuvole di sabbia alzate dalla disperazione si sono intravisti spintoni, fughe a mani vuote, adulti urlanti che stringevano barattoli di fagioli secchi, soldati che sparavano in aria, carri armati, un elicottero che sorvolava e sollevava ancora più polvere, i cancelli buttati giù. «Sembrava di camminare in una base militare, non in un posto dove danno da mangiare», racconta Abu Omar Basal, un 50 enne che è partito da Deir al Balah per tornare alla tenda con lo scatolone mezzo pieno. «Ho dato qualcosa a mio fratello».
Abu Omar non voleva andare perché non intendeva sottoporsi al riconoscimento facciale (in questo primo giorno caotico pare non esserci stato, il controllo si è limitato ai documenti). E perché Hamas ha ordinato di restare a casa. «Non cadete nella trappola, non rischiate le vite», il messaggio diffuso dal movimento islamista che ha provato a organizzare dei blocchi lungo le strade. La paura della carestia, però, ha prevalso.
L’ordine al primo Secure distribution site (Sds1) di Rafah, che ha aperto ieri mattina alle 9, è durato poche ore: quando i primi pacchi contenenti pasta, riso, olio di semi, biscotti, lenticchie in scatola (tutti alimenti da cucinare e ci si domanda come, non ci sono più cucine né gas) sono comparsi nelle tendopoli e negli altre zone di sfollamento, il popolo affamato si è messo in marcia verso sud, verso quei due centri a Tel Al Sultan e nel Corridoio Morag, che separa la città fantasma di Rafah dal resto della Striscia. È la strategia di Netanyahu: concentrare tutti i gazawi per meglio dare la caccia ad Hamas e provocare l’«emigrazione volontaria». Il cibo, a quanto si deduce dalle scritte sugli scatoloni, è di due ong, l’americana Rahma e la Heroic Hearts, che però in una nota spiega di non essere parte di questo sistema umanitario militarizzato.
«C’erano donne di Khan Yunis che hanno camminato per due ore e mezzo inutilmente perché quando sono arrivate tutto era esaurito», racconta a Repubblica Amjad Alshawa, il direttore della rete delle ong di Gaza che, come tutte le agenzie dell’Onu, non partecipa al nuovo meccanismo perché ritiene che selezioni i beneficiari. Ideato dall’esercito israeliano, è supervisionato dalla Gaza Humanitarian Foundation (dove tre alti dirigenti, tra cui ieri anche il capo delle operazioni David Burke, si sono dimessi perché «il sistema è incompatibile con i principi umanitari di imparzialità e neutralità») ed è protetto dalla compagnia privata americana Safe Reach Solution, la stessa che durante la tregua controllava i veicoli al check-point del Corridoio Netzarim. Proteggere è un termine improprio, visto quanto accaduto ieri: secondo Kan Tv, ai soldati, disposti all’esterno del sito che è recintato e delimitato da dune di sabbia, è toccato mettere in salvo i contractor che non hanno saputo gestire la folla. La stampa israeliana scrive che a controllare la consegna degli aiuti nel sud, quindi a collaborare con l’esercito, c’è una nuova milizia legata ad Yasser Abu Shabab, membro di una potente famiglia beduina, accusato di essere un fondamentalista e leader di una gang criminale.
Durante il marasma un giornalista dell’Ap ha sentito degli spari, dei testimoni hanno visto proiettili provenire da un tank. Ci sarebbero 42 feriti, quasi tutti lievi, però la notizia ancora nella serata di ieri sera non trovava conferme. «Ottomila pacchi sono stati distribuiti, ognuno sufficiente per 5,5 persone per 3,5 giorni, in tutto 462 mila pasti», comunica la Gaza Humanitarian Foundation. «Nel pomeriggio il volume delle persone era così alto che il nostro team si è dovuto ritirare per permettere a un piccolo gruppo di prendere gli aiuti e disperdersi». Minimizzano quel che non si può minimizzare. Per la confusione ieri la distribuzione è stata sospesa. Ci prova anche l’esercito a ridimensionare, garantendo che i siti diventeranno quattro e che oggi tutto funzionerà regolarmente.
«Scene strazianti, l’Onu non è coinvolta», commenta il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. «Le sue critiche sono il colmo dell’ipocrisia», gli risponde il portavoce del dipartimento di Stato americano, Tammy Bruce. Si litiga sulla fame di milioni di palestinesi. Stamani alle 9 il centro di Rafah riapre. Fuori dalla Striscia migliaia di tonnellate di cibo rimangono inutilizzate sui tir fermi.