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Gaza, 600 giorni di guerra: “La contabilità di una vita spazzata dalle bombe”

(reuters)

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Sono stata sfollata 17 volte, ho perso la casa, la migliore amica e i parenti. Ora vivo in esilio, inseguita dai fantasmi del passato
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Il 7 ottobre ero nella mia stanza, stavo rileggendo gli appunti di una lezione universitaria, quando la prima esplosione ha fatto tremare la casa.

La terra ha vibrato sotto i nostri piedi e ho capito subito che si stava consumando una tragedia. Sono corsa dai miei fratellini e ci siamo toccati i volti per essere sicuri di essere ancora vivi. Non sapevo, allora, che in quel momento iniziava una nuova vita, fatta di paura.

Da quando abbiamo perso la nostra casa, distrutta il terzo giorno di guerra, mi sento senza dimora. Da quel giorno mi sposto da un luogo all’altro come un’estranea. Mi sveglio senza sapere dove sono. La patria per me non è più una mappa, è una sensazione scomparsa, sepolta sotto le macerie…

Il 7 ottobre ero nella mia stanza, stavo rileggendo gli appunti di una lezione universitaria, quando la prima esplosione ha fatto tremare la casa.

La terra ha vibrato sotto i nostri piedi e ho capito subito che si stava consumando una tragedia. Sono corsa dai miei fratellini e ci siamo toccati i volti per essere sicuri di essere ancora vivi. Non sapevo, allora, che in quel momento iniziava una nuova vita, fatta di paura.

Da quando abbiamo perso la nostra casa, distrutta il terzo giorno di guerra, mi sento senza dimora. Da quel giorno mi sposto da un luogo all’altro come un’estranea. Mi sveglio senza sapere dove sono. La patria per me non è più una mappa, è una sensazione scomparsa, sepolta sotto le macerie.

In questi 600 giorni, sono stata sfollata 17 volte. Dal nord di Gaza fino all’estremo sud, a Rafah, passando per Deir al-Balah, Gaza City e Khan Younis. Mi sono spostata da un luogo all’altro con una piccola borsa sulle spalle e un peso immenso nel petto. Ogni volta pensavo di aver raggiunto lo “sfollamento finale” ma la guerra continuava a inseguirci. Abbiamo vissuto in case sovraffollate, in rifugi fatiscenti, nelle abitazioni di parenti lontani, e alcune notti abbiamo dormito all’aperto.

L’ultima cosa che ho fatto è stata lasciare Gaza. Portavo con me solo i documenti e le lacrime bloccate in gola. Sapevo di lasciare con il corpo, ma il mio cuore restava indietro.

Ho perso la mia amica Sarah, la persona a me più vicina. Non era solo un’amica, era la sorella che mia madre non ha mai partorito. L’area in cui si trovava è stata bombardata, e tutto ciò che hanno trovato sono state macerie che non somigliavano a nessuna parte del suo volto. Ho perso amici. Ho perso parenti. Alcuni sono stati sepolti prima che potessi vederli. Alcuni sono diventati solo nomi, foto su un telefono. E ci sono altri che non so nemmeno se siano ancora vivi.

La mia vita in questi mesi è stata è un permanente stato di collasso. Costante. La fame e la paura sono stati i miei onnipresenti compagni in questo viaggio. Mangiavamo una volta al giorno e a volte mentivamo ai bambini, dicendo che stavamo digiunando, per nascondere loro la dolorosa verità: non avevamo cibo.

Ho lasciato Gaza dopo 570 giorni di genocidio. Sono fuggita a una morte che mi inseguiva perfino nei sogni. Sono passata attraverso i checkpoint con le lacrime che mi inondavano il viso, e ogni passo mi sembrava un tradimento, come se stessi lasciando i miei cari nel fuoco per salvarmi da sola.

E ora sono a Marsiglia. Da trenta giorni vivo l’esilio in tutte le sue forme: disorientamento, crollo, una morte diversa, lenta, senza bombardamenti, ma con un’agonia silenziosa. L’esilio qui non è solo un luogo straniero. È un grido interiore: «Dove sono? Chi sono dopo tutto ciò che ho perso?». Ogni notte guardo il soffitto e mi chiedo: sono davvero sopravvissuta?

Gaza non mi lascia mai. È nella mia memoria, nel mio sangue, in ogni dettaglio della mia giornata. A Marsiglia tutto è diverso - ma porto Gaza nel petto come una croce pesante: non è solo un ricordo è la mia vita rubata.

E oggi, dopo tutto questo tempo, porto con me il mio passaporto palestinese - un documento che dice che non sono libera, neppure fuori dai confini di Gaza. Non mi sento libera. Perché la vera libertà non è attraversare un checkpoint, è quando il tuo cuore non è carico di colpa per essere fuggita, per essere viva Quando la tua patria non è sotto assedio. Quando la tua famiglia non vive in una tenda.

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