A distanza di due settimane dai primi negoziati diretti tra Russia e Ucraina in tre anni, non c’è ancora consenso sulla sede del prossimo round di colloqui. E mancano anche i documenti di cui discutere. Kiev ha fatto la sua parte, consegnando le sue condizioni per un possibile accordo di pace, come concordato il 16 maggio a Istanbul e ribadito tre giorni dopo in una girandola di telefonate tra Donald Trump e le rispettive parti. Mosca invece latita.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova si è limitata a spiegare che la Russia sta «elaborando una bozza di memorandum relativa al futuro trattato di pace» che definirà «i principi» e «i tempi» di eventuali intesa e tregue. Mentre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il processo è «complesso e, naturalmente, c’è bisogno di tempo». Una «tipica tattica dilatoria volta a evitare la responsabilità delle uccisioni e a cercare di sfuggire a sanzioni più severe», secondo il consigliere presidenziale ucr…
A distanza di due settimane dai primi negoziati diretti tra Russia e Ucraina in tre anni, non c’è ancora consenso sulla sede del prossimo round di colloqui. E mancano anche i documenti di cui discutere. Kiev ha fatto la sua parte, consegnando le sue condizioni per un possibile accordo di pace, come concordato il 16 maggio a Istanbul e ribadito tre giorni dopo in una girandola di telefonate tra Donald Trump e le rispettive parti. Mosca invece latita.
La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova si è limitata a spiegare che la Russia sta «elaborando una bozza di memorandum relativa al futuro trattato di pace» che definirà «i principi» e «i tempi» di eventuali intesa e tregue. Mentre il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha sostenuto che il processo è «complesso e, naturalmente, c’è bisogno di tempo». Una «tipica tattica dilatoria volta a evitare la responsabilità delle uccisioni e a cercare di sfuggire a sanzioni più severe», secondo il consigliere presidenziale ucraino Andriy Yermak.
L’unico punto su cui si è sbilanciata Mosca è il sostegno alla mediazione turca. Come già il presidente russo Vladimir Putin lunedì, ieri è stato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov a ribadire «l’apprezzamento» della Russia per la disponibilità turca a ospitare un altro round di colloqui durante la conferenza stampa congiunta a Mosca con l’omologo turco Hakan Fidan che, in settimana, visiterà anche Kiev.
L’Ucraina avrebbe invece voluto che i prossimi colloqui si tenessero in Vaticano e ieri il cardinale Pietro Parolin, il segretario di Stato vaticano, intervistato da Vatican News, ha precisato che Papa Leone XIV «ha dato la piena disponibilità della Santa Sede a ospitare eventuali negoziati» ma per offrire «un luogo neutrale, protetto», non una «mediazione, perché una mediazione deve essere richiesta dalle parti». «In ogni caso — ha concluso Parolin — non è importante dove si terrà il negoziato. Ciò che veramente importa è che questo negoziato possa finalmente iniziare, perché è urgente fermare la guerra. È urgente innanzitutto una tregua, per mettere fine alle devastazioni, alle città distrutte, ai civili che perdono la loro vita. E poi è urgente arrivare a una pace stabile, giusta e duratura, pertanto accettata e concordata da entrambe le parti».
Nonostante le rassicurazioni di Parolin, l’ostilità russa resta. Venerdì scorso Lavrov aveva definito «irrealistico» e «inelegante» che due Paesi ortodossi negoziassero su suolo cattolico. E ieri l’inviato speciale statunitense per l’Ucraina Keith Kellogg ha confermato il njet russo. «Avremmo voluto che i negoziati si svolgessero in Vaticano ed eravamo abbastanza propensi, ma i russi non vogliono andarci, quindi penso che Ginevra possa essere la prossima tappa», ha detto a Fox News. Ma neppure la città svizzera rientra tra le opzioni russe. Stando ai media, le uniche alternative a Istanbul che Mosca potrebbe prendere in considerazione sarebbero Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Oman.
Intanto la Russia prosegue la sua offensiva sul campo. Ieri ha preso il controllo di quattro villaggi nella regione nord-orientale ucraina di Sumy pochi giorni dopo che Putin ha ordinato di istituire una “zona cuscinetto” lungo il confine e ha rivendicato la cattura del villaggio Stara Mykolajvka nella regione orientale ucraina di Donetsk.