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Regno Unito, Farage come premier? Non è più fantapolitica. Per Starmer è già cominciata la sfida

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Fino a qualche mese fa sembrava impossibile. Invece, con il tracollo dei conservatori, saranno il primo ministro e il leader della destra a contendersi Downing Street. Ed è già battaglia tra i due, tra accuse e colpi bassi
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LONDRA - Fino a qualche mese fa, sembrava fantapolitica, e chi lo diceva veniva preso per matto. Oggi, invece, è tutto vero e il duello è appena iniziato: Keir Starmer contro Nigel Farage. Sono loro i veri protagonisti e antagonisti per la (ri)conquista di Downing Street. Perché il re della Brexit vola nei sondaggi. Ma soprattutto, sono gli stessi Starmer e Farage che, pubblicamente e privatamente, si definiscono l’uno il vero avversario dell'altro alle prossime elezioni. Che sono previste nel 2029, ma il primo ministro per legge può anticiparle a suo piacimento.

Ciò non è detto che accada. Ma di certo, il laburista Sir Keir e il leader del partito di destra Reform UK si considerano già in battaglia. Anche perché i conservatori stanno attraversando una crisi esistenziale e politica: nei sondaggi oramai sono affondati addirittura al quarto posto, dietro i Lib-Dem (al 17%). E sono già finiti sui tabloid i rumours della possibile defenestrazione dell'ennesimo leader tory, stavolta la 45e…

LONDRA - Fino a qualche mese fa, sembrava fantapolitica, e chi lo diceva veniva preso per matto. Oggi, invece, è tutto vero e il duello è appena iniziato: Keir Starmer contro Nigel Farage. Sono loro i veri protagonisti e antagonisti per la (ri)conquista di Downing Street. Perché il re della Brexit vola nei sondaggi. Ma soprattutto, sono gli stessi Starmer e Farage che, pubblicamente e privatamente, si definiscono l’uno il vero avversario dell'altro alle prossime elezioni. Che sono previste nel 2029, ma il primo ministro per legge può anticiparle a suo piacimento.

Ciò non è detto che accada. Ma di certo, il laburista Sir Keir e il leader del partito di destra Reform UK si considerano già in battaglia. Anche perché i conservatori stanno attraversando una crisi esistenziale e politica: nei sondaggi oramai sono affondati addirittura al quarto posto, dietro i Lib-Dem (al 17%). E sono già finiti sui tabloid i rumours della possibile defenestrazione dell'ennesimo leader tory, stavolta la 45enne e prima nera Kemi Badenoch, che non sta convincendo molti elettori e che negli ultimi mesi ha infilato diverse gaffe.

(afp)

Farage invece, con la sua straordinaria oratoria da tribuno del popolo e gli slogan semplici ed efficaci, sta letteralmente dominando le rilevazioni sulle intenzioni di voto: Reform UK l’anno scorso era al 10%, ora è stabilmente al 30%, con il Labour di Starmer che arranca fino a 7 o 8 punti dietro. Fino a qualche tempo fa, si pensava che il sistema elettorale britannico uninominale secco "First Past the Post" sfavorisse Farage. Ora invece, al di là di potenziali e tattici patti di desistenza tra Reform e i tories, potrebbe addirittura favorirlo, vista la frammentazione dell’elettorato e come i partiti tradizionali stiano arrancando oltremanica.

Ma non è solo una questione di numeri. In pubblico e privato, Starmer teme davvero che Farage stavolta possa entrare a Downing Street. Di conseguenza, il primo ministro crede di avere “la responsabilità morale” di stoppare l’avanzata politica del leader di Reform. Anche per questo, negli ultimi tempi Sir Keir ha promosso politiche che a parte del partito laburista sono sembrate sin troppo “di destra”, come il recente annuncio di una dura stretta sull’immigrazione.

Il paradosso è che, per conquistare operai e elettori di sinistra nelle aree post-industriali e più disagiate, nel frattempo Farage sembra sempre più di sinistra e a favore dello Stato sociale. Nonostante fino a qualche tempo fa volesse privatizzare tutto. Non a caso, l’altro giorno ha promesso l’allargamento dei benefit e del welfare anche a coloro che hanno più di due figli, una annosa vicenda che da mesi sta lacerando il Labour, i deputati del partito e lo stesso Starmer. Farage ha sfidato il primo ministro così: “Sir Keir, venga con me in una fabbrica, tra i lavoratori, tra gli operai. E vediamo se preferiscono lei o me!”.

Al di là dell'opportunità per un partito di centrosinistra al governo di spostarsi sempre più a destra, Farage cavalca l’onda sovranista, populista, anti-migranti e "anti-woke" sempre più poderosa in Occidente. Ma anche anti-sistema e da voto di protesta, in un’atmosfera oltremanica che per certi versi somiglia a quella che ha aleggiato tra i britannici prima del referendum della Brexit nel 2016. A tutto questo, Farage aggiunge la sua straordinaria capacità dialettica di saper parlare alla gente in maniera chiara e incisiva, di comparire in un pub, ordinare una pinta di birra ale e di “connettersi” immediatamente con i clienti, di avere sempre la battuta pronta e saper uscire da ogni vicolo cieco in politica. In un recente pranzo ha esordito così con il corrispondente di Repubblica: "Voi giornalisti avete scritto che bevo troppo. Che sono un mezzo alcolizzato. Che fumo decine di sigarette al giorno. Che mi sono scommesso pure le mutande dagli allibratori. Che sono un dongiovanni senza precedenti. Ebbene, sapete cosa vi dico? È tutto vero, ahah!”.

Perché Farage oramai può permettersi di dire di tutto. Il leader di Reform UK usa una retorica coinvolgente, a differenza del primo ministro Starmer che invece è sempre molto cauto in pubblico a non commettere gaffe o dire qualcosa di politicamente sconveniente. Ciò talvolta fa apparire il premier laburista come robotico o con poca empatia nei confronti degli elettori, a tutto vantaggio di Farage. Che l’altro giorno difatti l’ha attaccato così: “Avete visto il discorso di Starmer quando ha vinto le elezioni lo scorso luglio? Sapete quante volte ha dovuto leggere dai suoi fogli? Io le ho contate: 158 volte. Centocinquantotto! Questo è un primo ministro che sa parlare solo con un copione scritto da altri. Ma non ha alcuna passione, non è autentico, è un leader di plastica”.

Starmer e i suoi hanno finalmente fiutato il pericolo, e ora attaccano quotidianamente Farage, quasi dimenticandosi di Badenoch e dei conservatori, accusandolo soprattutto di “non essere serio” e “di voler distruggere l’economia come ha fatto Liz Truss nel 2022”. Il primo ministro si riferisce alle promesse di Farage relative a sostanziosi tagli delle tasse, come annunciato nelle ultime settimane. Come ricorda il Telegraph, Farage “ha promesso forti agevolazioni fiscali per le coppie sposate nel tentativo di aumentare il tasso di natalità e rendere la famiglia un elemento più centrale nella vita britannica”. Secondo le stime, ciò consentirebbe a una coppia media di risparmiare quasi 2.500 sterline all’anno in tasse, circa 3mila euro.

Più in generale, oggi i lavoratori residenti britannici pagano un’imposta sul reddito del 20% sui guadagni compresi tra 12.570 e 50.270 sterline. Secondo i piani di Reform, uno dei coniugi sarebbe esentato dal pagare tasse sulle prime 25mila sterline di reddito. In pratica, un lavoratore che guadagna 50mila sterline risparmierebbe circa 2500 sterline di imposta sul reddito. Non solo. Farage ha promesso di aumentare anche l'attuale soglia di esenzione fiscale da 12.571 a 20mila sterline. Una misura che, secondo le stime, potrebbe costare fino alla cifra mostruosa di 80 miliardi di sterline all'anno. Inoltre, ha annunciato pure l’intenzione di innalzare la soglia per l’aliquota più alta da 50.270 a 70mila sterline. Se Reform mantenesse tutte e tre le promesse, un lavoratore con un reddito di 70mila sterline annue avrebbe un beneficio netto di quasi 6.500 sterline.

Seppur molto allettante, questa per Starmer è semplicemente “pericolosa fantapolitica, che manderà a picco l’economia britannica”. Farage nega, sfotte il Labour e il primo ministro (“sono sempre nei loro pensieri, si vede che non hanno altro a cui pensare!”) e sostiene che finanzierà la riduzione delle imposte con lo stralcio delle attuali politiche sul net zero, sulle diversità e soprattutto sull’accoglienza di migranti sbarcati dalla Manica e richiedenti asilo, chiudendo immediatamente gli hotel che li ospitano e respingendoli tutti, sul modello australiano. Obiettivi probabilmente irrealistici e con un impatto relativo sulle finanze, ma conta poco quando, come nove anni fa per la Brexit, le emozioni e la rabbia anti-establishment hanno la meglio sui numeri. A proposito di cifre, se l’anno scorso Reform UK aveva 28mila iscritti, oggi ne ha 239mila. E proprio un anno fa, di questi tempi, Nigel Farage diceva che non si sarebbe candidato e che non sarebbe mai più tornato in politica. Prima di cambiare idea.

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