NEW YORK – L’uomo più ricco al mondo ha annunciato l’uscita di scena da Washington dopo centoventinove giorni di tumultuosa campagna per l’efficienza governativa. Elon Musk lo ha fatto con un post pubblicato mercoledì sera sul suo account X seguito da 220 milioni di utenti: «Poiché - ha scritto - il mio periodo programmato come dipendente speciale del governo giunge al termine, desidero ringraziare il presidente Donald Trump per l’opportunità di ridurre le spese inutili». «La missione del Doge - ha aggiunto - si rafforzerà sempre di più con il tempo, fino a diventare uno stile di vita all’interno del governo».
L’incarico alla guida del dipartimento creato da Trump a misura del miliardario sudafricano, il Doge, acronimo per Dipartimento dell’efficienza governativa, sarebbe scaduto oggi. Un fatto è certo: anche quando si fa da parte, Musk resta al centro della scena, perché dietro l’addio non sembra esserci la naturale scadenza del mandato. «Il suo processo di uscita - …
NEW YORK – L’uomo più ricco al mondo ha annunciato l’uscita di scena da Washington dopo centoventinove giorni di tumultuosa campagna per l’efficienza governativa. Elon Musk lo ha fatto con un post pubblicato mercoledì sera sul suo account X seguito da 220 milioni di utenti: «Poiché - ha scritto - il mio periodo programmato come dipendente speciale del governo giunge al termine, desidero ringraziare il presidente Donald Trump per l’opportunità di ridurre le spese inutili». «La missione del Doge - ha aggiunto - si rafforzerà sempre di più con il tempo, fino a diventare uno stile di vita all’interno del governo».
L’incarico alla guida del dipartimento creato da Trump a misura del miliardario sudafricano, il Doge, acronimo per Dipartimento dell’efficienza governativa, sarebbe scaduto oggi. Un fatto è certo: anche quando si fa da parte, Musk resta al centro della scena, perché dietro l’addio non sembra esserci la naturale scadenza del mandato. «Il suo processo di uscita - aveva dichiarato freddamente un funzionario della Casa Bianca a Reuters - comincerà stasera», intendendo mercoledì sera, nelle stesse ore in cui è stato pubblicato il post. La partenza è stata rapida e senza cerimonie. Musk non ha parlato con Donald Trump, di cui si vantava di essere il “miglior amico”, anche se la decisione è stata presa «a livello di alto staff».
Il miliardario ha lasciato l’incarico il giorno dopo aver criticato la legge fiscale promossa da Trump, definita una misura che avrebbe aumentato il deficit e compromesso il lavoro di tagli della spesa pubblica. Il cerchio magico del presidente non l’ha presa bene. Il vicecapo di gabinetto e falco dell’amministrazione Stephen Miller si è infuriato. La Casa Bianca è stata costretta a fare un giro di telefonate tra i senatori repubblicani, che dovranno esaminare il testo approvato dalla Camera, ribadendo come Trump creda molto nel piano. Il disegno di legge prevede - tra i punti più controversi - super tagli fiscali a miliardari e corporation e riduzione della spesa sociale per milioni di americani delle fasce deboli oltre alla cancellazione degli aiuti alimentari per i bambini poveri. La legge fiscale, secondo analisti indipendenti, porterà fino a 5 mila miliardi di dollari di deficit in dieci anni. Musk non ha mai nascosto la sua ostilità nei confronti dell’apparato burocratico. All’inizio dell’incarico il proprietario di X, Space X e Tesla aveva annunciato un piano di tagli da duemila miliardi di dollari. Attualmente il risparmio si aggira sui 175 miliardi e lo stesso Musk ha ammesso come la cifra sia troppo ottimistica. Il Doge ha cancellato quasi il 12 per cento - circa 260 mila persone - della forza lavoro federale formata da 2,3 milioni di dipendenti e lo ha fatto attraverso minacce di licenziamento, incentivi all’esodo, pensionamenti anticipati e umilianti email in cui si concedevano ai dipendenti trenta minuti per sgomberare la scrivania. Musk si è vantato su X di aver rovinato la vita a migliaia di persone.
Dopo quasi trecento milioni di dollari donati alla campagna di Trump, il miliardario aveva difeso il suo ruolo di consigliere speciale. Il suo potere sembrava senza limiti. Ai repubblicani era piaciuto il suo ruolo di outsider, il gesto del braccio teso alla maniera nazista, la motosega mostrata sul palco per enfatizzare la crociata contro gli sprechi, le dita nel naso del figlio piccolo nello Studio Ovale, e gli appelli a votare per il partito neonazista in Germania, scelta che ha finito per compromettere il mercato della compagnia di veicoli elettrici Tesla, di cui è anche amministratore delegato. Poi sono arrivate le frizioni interne: ad aprile Musk aveva dato dell’«idiota» a Peter Navarro, consigliere economico di Trump e stratega della guerra dei dazi, che a sua volta aveva definito il sudafricano un «assemblatore» di auto e non un costruttore. Consapevole di essere considerato solo un bancomat, il miliardario aveva preannunciato il ritorno alla guida di Tesla e la sospensione delle donazioni politiche. Mancava l’ultimo atto. Ma attenzione: come il suo “buddy in Chief” Trump, Musk resta capace di fare annunci clamorosi e retromarce improvvise.