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Elon come Icaro, volato troppo vicino al suo sole Donald

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Quando apparirono insieme, uno sembrò l’energia, l’avvenire, l’altro il passato che non se ne va: ora il primo si fa da parte, ma forse solo per ricaricarsi
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Icaro precipitò per essersi troppo avvicinato al sole. Elon Musk sta perdendo quota per averlo fatto rispetto a Trump. Tra la mitologia greca e l’elegia americana la distanza è un abisso. Ci cadono dentro l’epica, la metafora, l’insegnamento per i mortali. Restano a galla invece la spericolatezza, il narcisismo e l’assoluta mancanza di senso della posizione. Credi di essere in alto, ma sei soltanto arrivato al limite. Per ora. Parafrasando quel che si dice quando viene abbattuto un elicottero: “Black Musk down”, il doge nero sta venendo giù.

Gli dei non sono troppo sottili nelle loro indicazioni, hanno inteso nei millenni che gli umani sono duri di comprendonio. Così ammassano il maggior numero di segnali nel minor tempo possibile. Il più emblematico è il razzo Starship, della Space X di Musk, che ha come obiettivo il raggiungimento di Marte, ma tre giorni fa si è acceso, è partito bene e poi, come un botto fabbricato da…

Icaro precipitò per essersi troppo avvicinato al sole. Elon Musk sta perdendo quota per averlo fatto rispetto a Trump. Tra la mitologia greca e l’elegia americana la distanza è un abisso. Ci cadono dentro l’epica, la metafora, l’insegnamento per i mortali. Restano a galla invece la spericolatezza, il narcisismo e l’assoluta mancanza di senso della posizione. Credi di essere in alto, ma sei soltanto arrivato al limite. Per ora. Parafrasando quel che si dice quando viene abbattuto un elicottero: “Black Musk down”, il doge nero sta venendo giù.

Gli dei non sono troppo sottili nelle loro indicazioni, hanno inteso nei millenni che gli umani sono duri di comprendonio. Così ammassano il maggior numero di segnali nel minor tempo possibile. Il più emblematico è il razzo Starship, della Space X di Musk, che ha come obiettivo il raggiungimento di Marte, ma tre giorni fa si è acceso, è partito bene e poi, come un botto fabbricato da dilettanti, è esploso anzitempo, disintegrandosi sopra l’Oceano Indiano. «Un grande miglioramento», ha applaudito il suo armatore. Quando divorzi dalla realtà, poi paghi alimenti carissimi.


La discesa dal carro era stata evidenziata in modo plateale, ricorrendo a qualcosa di estraneo ai modi di corte: la forma. Il 14 maggio in Qatar per omaggiare il presidente americano si è creata una fila. Di solito Musk ha il beneficio della priorità concesso dalla dorata tessera fedeltà, ma quando si è incamminato nel corridoio libero è stato respinto indietro. Duecentocinquanta milioni di dollari non si donano per poi essere relegati in economy. Da lì è cominciata per Musk la stagione dello scontento. Si è accorto che il suo piano di tagli per le spese della pubblica amministrazione non stava portando gli impossibili esiti desiderati e che i bilanci delle sue aziende private (Tesla e X) stavano soffrendo. Ha annunciato un parziale disimpegno dal governo per dedicarsi ai propri interessi. Con il consueto spregio per la matematica, la nuova agenda era questa: «Uno o due giorni al servizio del Paese e sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro per le mie imprese». Se i conti non tornano, si può sempre riformare il calendario. Al danno, si aggiungeva la beffa: lui perde soldi mentre il presidente, tramite le sue società, le sue criptovalute e le mosse e contromosse sui dazi di cui lui solo conosce in anticipo le tempistiche, si sta arricchendo.


E così, per coincidenza, a Musk non è piaciuta l’annunciata manovra finanziaria che Trump definisce «grande e bella». «O una cosa o l’altra. Troppe spese, pochi tagli», non bastassero quelli a sanità, istruzione, energia pulita. È stata sufficiente una critica e l’appalto per le nuove tecnologie a Dubai è finito al suo rivale Sam Altman. Come monito finale dal cielo gli hanno fatto piovere un altro figlio, l’unico che stranamente non voleva, ma il test di paternità gli ha assegnato: Romulus. È la creatura del destino che annuncia la fine di un impero o soltanto quella di una “bella amicizia”? Che cosa è davvero successo a Musk? E, soprattutto, che accadrà in futuro?

(afp)

I suoi cento giorni nelle stanze del potere sono stati quelli di un vicerè travicello: ha ricoperto una posizione di autorità senza l’autorevolezza data dalla conoscenza. S’è preso una poltrona vagante e, anziché imbottirla e sedersi a una scrivania per studiare, ne ha troncato le gambe con una motosega. Invece dei rami secchi ha cominciato a tagliare il tronco. Ha condiviso con Trump il fastidio nei confronti del “deep state”, un’espressione che (come élite), è stata resa invisa da una propaganda facilona. Un altro modo per definirlo sarebbe: “Quelli che nei ministeri lavorano, perché sanno dove mettere le mani, che cosa c’è nei cassetti e chi chiamare in caso di emergenza”. Per lui invece significa: intralcio. Sostituibile con un “superficial state”, una risposta di breve periodo, basata su concetti elementari. Trump ragiona e agisce come un uomo molto anziano quale è: se non vince o non ottiene, sostiene stizzito che qualcun altro ha truccato le carte o i conti. Musk si comporta come un ragazzino viziato: nel suo mondo non c’è niente che possa non funzionare, il razzo scoppiato è un passo avanti, il caos nell’amministrazione un progresso. Sistemerà tutto in una settimana, di mille giorni.

(afp)

Nel suo piano per comprarsi il re ha trascurato un dettaglio, ben visibile il giorno dell’inaugurazione alla Casa Bianca. Ci sono altri compratori, pronti a copiare la sua strategia, peraltro semplicissima: mettersi al servizio, anima e portafogli. È affiorata, fra Trump e Musk, una differenza caratteriale che, in quest’epoca di riduzione di ogni termine al minimo, è perfino politica. Trump ha concezioni radicali, cerca la risposta semplificata (che è diversa da semplice) a qualsiasi problema. Per affrontare la questione economica si fa portare un professore i cui libri vendono molto su Amazon e ne applica le teorie. Musk è estremista, va oltre, non considera il problema, ma soltanto la presunta soluzione, che lo ingloba e lo annulla. Se esiste soltanto la soluzione, che problema c’è? Quando sono apparsi sulla scena insieme Musk è sembrato l’energia, l’avvenire; Trump la forza, il passato che non se ne va. Jovanotti e Morandi quando cantarono insieme L’allegria. Poi la musica è finita. Musk sembra farsi da parte, ma probabilmente per ricaricare, cominciando da dove si è sgonfiato: alla cassa. Attenzione, il tempo è tutto e sta dalla parte di chi ne ha, perfino se ci gioca. Trump ora lo chiamano Taco (Trump always chickens out) perché si tira sempre indietro. Musk lo chiamavan Mago (Musk always goes on) perché va sempre avanti. Foss’anche nel pozzo del creato.

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