✕

Gaza, il rilancio di Hamas fa infuriare Witkoff e Israele: “Condizioni inaccettabili”

Ascolta l'audio

Il gruppo islamista dice sì alla proposta su ostaggi e tregua ma avanza nuove richieste. L’inviato americano Witkoff le respinge al mittente: “Ci portano solo indietro”
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Come in un orribile gioco dell’oca sulla pelle dei palestinesi di Gaza, si torna al punto di partenza. O quasi. Di fronte alla proposta Wikoff per il cessate il fuoco, così come è stata emendata pochi giorni fa su richiesta del governo israeliano, Hamas ha fatto una controfferta che non poteva che essere rifiutata. Il movimento islamista aveva fatto trapelare sulla stampa araba di voler accettare ma «con alcune condizioni». Il responso arrivato ieri all’inviato di Donald Trump, però, è qualcosa di più, e di altro, rispetto ad «alcune condizioni». Tant’è che Steve Witkoff l’ha rispedita al mittente. «Totalmente inaccettabile, ci porta solo indietro».

Come si sa, Hamas vuole che l’accordo per la tregua di 60 giorni a Gaza includa la garanzia che gli Stati Uniti obbligheranno Israele a trattare sulla fine della guerra. Nel pomeriggio di ieri l’ufficio politico di Hamas ha diffuso una nota nella quale afferma: «Dopo aver condotto un giro di consultazioni nazionali, e ba…

GERUSALEMME – Come in un orribile gioco dell’oca sulla pelle dei palestinesi di Gaza, si torna al punto di partenza. O quasi. Di fronte alla proposta Wikoff per il cessate il fuoco, così come è stata emendata pochi giorni fa su richiesta del governo israeliano, Hamas ha fatto una controfferta che non poteva che essere rifiutata. Il movimento islamista aveva fatto trapelare sulla stampa araba di voler accettare ma «con alcune condizioni». Il responso arrivato ieri all’inviato di Donald Trump, però, è qualcosa di più, e di altro, rispetto ad «alcune condizioni». Tant’è che Steve Witkoff l’ha rispedita al mittente. «Totalmente inaccettabile, ci porta solo indietro».

Come si sa, Hamas vuole che l’accordo per la tregua di 60 giorni a Gaza includa la garanzia che gli Stati Uniti obbligheranno Israele a trattare sulla fine della guerra. Nel pomeriggio di ieri l’ufficio politico di Hamas ha diffuso una nota nella quale afferma: «Dopo aver condotto un giro di consultazioni nazionali, e basandoci sul nostro immenso senso di responsabilità verso il nostro popolo, abbiamo inviato la risposta a Witkoff». Indicato un unico aspetto relativo all’intesa, quello sugli ostaggi. «Dieci prigionieri vivi e diciotto corpi saranno liberati in cambio del rilascio di un numero di prigionieri palestinesi». Sembrava, di fatto, l’accettazione della proposta. E invece quando la risposta vera, con tutte le richieste, è arrivata a Washington, ha scatenato la reazione indignata dell’inviato di Trump.

A quel punto sui giornali israeliani sono cominciate a trapelare le condizioni poste da Hamas (che, ufficialmente, non conferma): 1) il ritiro completo delle forze israeliane da tutti i territori della Striscia occupati da marzo, quando Netanyahu ha rotto unilateralmente la tregua e ha lanciato, dopo poco, l’offensiva su larga scala denominata Carri di Gedeone; 2) l’annullamento del nuovo sistema di distribuzione degli aiuti umanitari gestito dalla Gaza Humanitarian Foundation tramite contractor armati americani; 3) un cessate il fuoco fino a sette anni. «Inaccettabile», ha detto Witkoff. «Inaccettabile», ha detto il governo di Israele. «Mentre noi abbiamo accettato la proposta aggiornata, Hamas continua a fare di tutto per rifiutarla».

I termini, va ricordato, sono stati modificati a favore dello Stato ebraico dopo che il ministro Ron Dermer, braccio destro di Netanyahu, è stato a Washington a parlare con Witkoff per limare quel che, almeno a parole, aveva convinto Hamas a fare un passo in avanti. Tant’è che Basem Naim, che fa parte della leadership in esilio, alla Reuters dichiara: «Non abbiamo rigettato la proposta Witkoff, ma la revisione di Israele è incompatibile con quanto avevamo concordato». E aggiunge: «La posizione americana è ingiusta nei nostri confronti e mostra il favore verso Israele».

Il negoziato, dunque, non può dirsi completamente naufragato, anche perché i miliziani non intendono perdere il contatto diretto con gli Stati Uniti, però la battuta di arresto è innegabile.

Non è chiaro adesso come si vorrà procedere e quanto gli intermediari a Doha e al Cairo avranno margine per riavvicinare le parti in tempi brevi e mettere fine, almeno temporaneamente, ai bombardamenti nella Striscia di Gaza, dove il piano di spostamento forzato della popolazione procede: ieri l’esercito israeliano, che ha confermato l’uccisione di Mohammed Sinwar (capo delle brigate al Qassam) avvenuta il 13 maggio e anche quella di Mohammed Sabaneh, comandante dei miliziani a Rafah, ha diramato ordini di evacuazione per Khan Younis e Rafah, dove sono stati posizionati tre dei quattro centri di distribuzione cibo della Fondazione americana.

Uno di essi è stato di nuovo assaltato dalla folla affamata, come martedì scorso. E 110 camion carichi di farina del World Food Programme sono stati depredati. L’80 per cento della superficie della Striscia di Gaza, 361 km quadrati, è ora inaccessibile per i palestinesi, perché dichiarata zona cuscinetto o perché sottoposta a ordine di sfollamento.

Leggi i commenti