“Ci ha sparato l’Idf”. Molti contraddicono la versione israeliana
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Un massacro a pance vuote. La strage degli affamati comincia quando il sole, su Rafah, non è ancora sorto. Hanno sparato sulla folla. «Dall’alto, dalle dune e dal mare». All’alba si contano decine di cadaveri sulla sabbia, a un chilometro e mezzo di distanza da uno dei nuovi centri di distribuzione aiuti, gestiti dall’americana Gaza humanitarian foundation (Ghf) e protetti dai soldati israeliani. Qualcuno ha coperto i volti dei morti con i sacchi bianchi del cibo. Le autorità palestinesi riferiscono di 31 uccisi e 200 feriti. I dottori dell’ospedale Nasser di Khan Younis confermano: «Colpi di proiettile alla testa, nel petto e alla schiena». Un ufficiale dell’esercito dello Stato ebraico ammette che è stato aperto il fuoco come avvertimento «verso sospetti che si stavano avvicinando alle truppe», ma nega che siano stati colpiti i civili. Le testimonianze raccolte da Repubblica tra chi ieri era lì per un po’ di farina, tuttavia, raccontano un’altra storia.
GERUSALEMME – Un massacro a pance vuote. La strage degli affamati comincia quando il sole, su Rafah, non è ancora sorto. Hanno sparato sulla folla. «Dall’alto, dalle dune e dal mare». All’alba si contano decine di cadaveri sulla sabbia, a un chilometro e mezzo di distanza da uno dei nuovi centri di distribuzione aiuti, gestiti dall’americana Gaza humanitarian foundation (Ghf) e protetti dai soldati israeliani. Qualcuno ha coperto i volti dei morti con i sacchi bianchi del cibo. Le autorità palestinesi riferiscono di 31 uccisi e 200 feriti. I dottori dell’ospedale Nasser di Khan Younis confermano: «Colpi di proiettile alla testa, nel petto e alla schiena». Un ufficiale dell’esercito dello Stato ebraico ammette che è stato aperto il fuoco come avvertimento «verso sospetti che si stavano avvicinando alle truppe», ma nega che siano stati colpiti i civili. Le testimonianze raccolte da Repubblica tra chi ieri era lì per un po’ di farina, tuttavia, raccontano un’altra storia.
«Sono partito di notte dalla mia tenda di al Mawasi, ho cinque figli, volevo uno di quegli scatoloni con le cose da mangiare. Intorno alle 5, vicino alla rotonda al Alam, c’erano migliaia di persone accalcate dietro a una linea che l’esercito israeliano, con gli altoparlanti, avvertiva di non attraversare». A parlare è Tareq Almasri, 44 anni. «La gente aveva paura di tornare a mani vuote, temeva che gli scatoloni sarebbero finiti, da dietro spingevano, a un certo punto migliaia di persone hanno oltrepassato la linea. Erano le 5.15. In quel momento i soldati israeliani hanno sparato. Prima in aria, poi addosso a noi. Da ogni direzione, coi carri armati e anche coi droni. Ho visto uomini continuare ad avanzare verso il sito per prendere il pacco, incuranti dei corpi a terra».
Al Nasser per tutta la giornata accolgono decine di feriti, perché il più vicino ospedale da campo della Croce Rossa (60 letti) non ce la fa a gestire tutti i pazienti. «È il più grande afflusso di feriti da arma da fuoco da quando abbiamo aperto, un anno fa», spiega la Croce Rossa. «La maggior parte aveva segni di proiettili nella parte alta del corpo», aggiunge il dottor Marwan al-Hams, 53 anni, che invece lavora al Nasser. «Un testimone ha detto che i colpi sono arrivati anche da una gru e dai carri armati».
Hani Baraka, 43 anni, padre di cinque bambini, e suo fratello Shuhada, 48 anni, autista di bus, partono all’1.30 di notte. Alle 5 sono in attesa dietro alla linea. «Dal quadricottero provenivano gli ordini, dicevano di aspettare l’apertura dei cancelli alle 6. Qualcuno si è mosso prima e i soldati israeliani sono andati nel panico. Quando è tornato indietro il drone ha urtato un cavo della luce ed è precipitato. È stato allora che la gente ha preso a correre verso di esso, e l’esercito ha sparato. Mio fratello è stato preso alla testa, morto sul colpo. Non ero con lui quando è successo, cercavo di arrivare allo scatolone. Sono andato a piedi all’ospedale Nasser, alle 8.30 ero già lì, gli amici mi facevano le condoglianze. Il cadavere di mio fratello è arrivato dopo, con un’ambulanza».
Le testimonianze convergono su un’unica dinamica che non può essere verificata altrimenti, perché Israele non permette alla stampa internazionale di entrare nella Striscia di Gaza. È, dunque, una cronaca imperfetta.
Che ci siano bande locali interessate a scatenare il caos è vero, così come è vero che Hamas ha interesse a far fallire il sistema militarizzato della fondazione americana, ma è altrettanto vero che la zona della strage è controllata totalmente dall’Idf. Né sono di una qualche utilità i filmati delle telecamere di sorveglianza diffusi dalla Ghf, perché riprendono solo le immediate vicinanze del sito di distribuzione. I contractor armati che operano lì dentro, stando ai resoconti, non hanno sparato. «Mio fratello è stato ferito dai soldati», afferma Yarin Abu Al-Naja, 44 anni, sfollato ad al Mawasi, padre di un bambino di 9 anni. «È stato portato all’ospedale su un carretto trainato da un asino. Le ambulanze non potevano raggiungere l’area».