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La Freedom Flotilla si avvicina a Gaza, a bordo anche un’eurodeputata. Israele: “Li fermeremo”

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Un mese fa un’altra nave è stata sabotata con un attacco di droni israeliani in acque internazionali. Sulla Madleen anche Greta Thunberg
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Gaza è a meno di quaranta ore di mare, ma l’ora X, l’attraversamento della “linea di contatto”, il confine da più di un decennio imposto da Israele davanti alle coste della Striscia con il blocco navale, dovrebbe scattare nella serata di oggi, o al più tardi domenica. Dopo sei giorni di navigazione, la Madleen, la piccola barca a vela che sta tentando di rompere l’assedio e portare viveri e farmaci alla Striscia stremata da più di 600 giorni di offensiva israeliana e mesi di blocco totale degli aiuti, veleggia al largo dell’Egitto e punta dritta verso Gaza. “Siamo vicini, molto molto vicini – dice da bordo Thiago Avila, uno degli attivisti – la popolazione palestinese è stata lasciata senza nulla. E noi non possiamo fermarci neanche di fronte alle minacce. Non abbiamo paura perché il dovere delle persone libere di questo mondo è fermare il genocidio. Loro hanno le loro bombe e le loro armi, le loro minacce e il loro odio, noi la solidarietà, la collettività, milioni di persone che ci …

Gaza è a meno di quaranta ore di mare, ma l’ora X, l’attraversamento della “linea di contatto”, il confine da più di un decennio imposto da Israele davanti alle coste della Striscia con il blocco navale, dovrebbe scattare nella serata di oggi, o al più tardi domenica. Dopo sei giorni di navigazione, la Madleen, la piccola barca a vela che sta tentando di rompere l’assedio e portare viveri e farmaci alla Striscia stremata da più di 600 giorni di offensiva israeliana e mesi di blocco totale degli aiuti, veleggia al largo dell’Egitto e punta dritta verso Gaza. “Siamo vicini, molto molto vicini – dice da bordo Thiago Avila, uno degli attivisti – la popolazione palestinese è stata lasciata senza nulla. E noi non possiamo fermarci neanche di fronte alle minacce. Non abbiamo paura perché il dovere delle persone libere di questo mondo è fermare il genocidio. Loro hanno le loro bombe e le loro armi, le loro minacce e il loro odio, noi la solidarietà, la collettività, milioni di persone che ci sostengono”. .

A bordo ci sono beni di prima necessità, cibo in scatola, farmaci, kit igienici e di primo soccorso, latte in polvere, alimenti per bambini, stampelle. Una goccia nel mare delle immense necessità della popolazione di Gaza, ma soprattutto – spiegano dalla Freedom Flotilla, l’ong che ha organizzato la missione – “un aiuto simbolico, per dimostrare a Gaza che il mondo non è indifferente”. A scortare il carico, oltre all’equipaggio, c’è anche un piccolo gruppo di undici volontari internazionali, fra cui la nota attivista svedese Greta Thunberg e l’eurodeputata francopalestinese Rima Hassan.

“Sono a bordo perché il silenzio non è neutralità, è complicità. Il popolo palestinese a Gaza viene affamato e massacrato, e il mondo sta a guardare – ha detto prima della partenza l’europarlamentare di France Insoumise - Questa nave non trasporta solo aiuti, ma anche una richiesta: fine del blocco, fine del genocidio”. E quotidianamente dal ponte della Madleen, come dalla società civile che segue la missione, arrivano pubblici appelli alle autorità internazionali e alla Gran Bretagna, Stato di bandiera del veliero, perché venga tutelata l’incolumità della nave e di chi è a bordo e garantito l’ingresso a Gaza.

Missione quasi impossibile. Israele non ha mai riconosciuto a Gaza il diritto a controllare le proprie acque territoriali, prima dell’inizio dell’offensiva consentiva ai pescatori solo qualche breve sortita e gli attacchi alle imbarcazioni erano frequenti e indiscriminati. Dal sette ottobre 2023 anche uscire in mare è vietato. E da quando la missione della Madleen è stata annunciata, non è passato giorno senza che i vertici militari israeliani non facessero sapere che non sarà permesso a nessuno di avvicinarsi alla Striscia.

Ma cosa possa succedere, con quanta violenza il piccolo veliero umanitario possa essere fermato e il destino di chi è a bordo rimangono un’incognita. La certezza è una sola: a deciderlo saranno i vertici politici, non militari. Per i più, la nave potrebbe essere intercettata e dirottata sul porto di Ashdod, con attivisti e equipaggio tratti in arresto e poi espulsi. Ma c’è chi non esita a tratteggiare scenari peggiori. Nel 2010, dieci attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara, una delle navi della flotilla che tentava di portare aiuti e respiro alla Striscia già all’epoca sotto assedio, sono stati uccisi da un attacco israeliano. Meno di un mese fa, la Coscience, un’altra nave della Flotilla, è stata colpita da droni in acque internazionali al largo di Malta. In mezzo, ci sono anni di missioni finite con navi dirottate o sabotate, di attivisti arrestati ed espulsi.

Lo sa chi è a bordo, che sin dalla partenza della nave ha dichiarato che equipaggio e volontari sono “addestrati alla non violenza” e “preparati a ogni tipo di scenario”, ma con preoccupazione hanno visto i droni sorvolare per giorni l’imbarcazione. Lo sanno anche le autorità internazionali. Il 2 giugno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto che “venga garantito il passaggio sicuro” alla nave umanitaria, sottolineando che “Israele dovrebbe ricordare che il mondo sta osservando attentamente e astenersi da qualsiasi atto di ostilità”. Due giorni dopo la copresidente del gruppo della Sinistra al Parlamento europeo, Manon Aubry, ha fatto appello all’Ue “perché non resti indifferente”.

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