“Grazie Trump”: i manifesti impensabili spuntati a Damasco
di Gabriella ColarussoDamasco disseminata di cartelloni che omaggiano Trump è una fotografia che pochi avrebbero immaginato fino a pochi mesi fa. Ma è quello che sta succedendo: “Grazie presidente per aver dato alla Siria speranza e un nuovo inizio”, recita uno dei manifesti elettronici piazzati nel centro della capitale siriana. Sono passati solo cinque mesi dalla caduta di Bashar al Assad, con cui Washington aveva interrotto ogni rapporto diplomatico, e adesso la bandiera americana è tornata a sventolare sull’ambasciata Usa. La svolta è stata la stretta di mano, tre settimane fa, tra il presidente americano e il presidente pro tempore siriano, Ahmed al Sharaa, un ex terrorista ricercato dagli Stati Uniti che fino a dicembre del 2024 guidava un gruppo di insorti jihadisti e si faceva chiamare col nome di battaglia, Abu Muhammad al Jolani.
Dal palazzo reale di Riad dove si sono incontrati sono arrivate le foto storiche del faccia a faccia con Trump e le parole del tycoon che hanno sdoganato l’ex enfant te…
Damasco disseminata di cartelloni che omaggiano Trump è una fotografia che pochi avrebbero immaginato fino a pochi mesi fa. Ma è quello che sta succedendo: “Grazie presidente per aver dato alla Siria speranza e un nuovo inizio”, recita uno dei manifesti elettronici piazzati nel centro della capitale siriana. Sono passati solo cinque mesi dalla caduta di Bashar al Assad, con cui Washington aveva interrotto ogni rapporto diplomatico, e adesso la bandiera americana è tornata a sventolare sull’ambasciata Usa. La svolta è stata la stretta di mano, tre settimane fa, tra il presidente americano e il presidente pro tempore siriano, Ahmed al Sharaa, un ex terrorista ricercato dagli Stati Uniti che fino a dicembre del 2024 guidava un gruppo di insorti jihadisti e si faceva chiamare col nome di battaglia, Abu Muhammad al Jolani.
Dal palazzo reale di Riad dove si sono incontrati sono arrivate le foto storiche del faccia a faccia con Trump e le parole del tycoon che hanno sdoganato l’ex enfant terrorist. “E’ un giovane affascinante, un tipo tosto con un passato difficile, molto difficile. Un combattente”, disse Trump spiegando che al-Sharaa aveva “una reale possibilità di tenere insieme la situazione” in quanto “è un vero leader. Ha guidato una rivolta ed è davvero straordinario”.
Ci sono voluti pochi giorni perché Washington annunciasse la revoca delle sanzioni alla Siria, consentendole così di sognare davvero un nuovo inizio. Ma dietro questa svolta, come racconta la Cnn, c’è anche un gruppo di pressione, la ong Global Justice, la cui vicepresidente, la siriano-amerciana Maissa Kabbani, lavora per rafforzare le relazioni tra i due paesi e incentivare gli investimenti in Siria.
Mostrando un cappellino con la scritta Make Syria Great Again, Kabbani ha rivelato all’emittente americana di essere stata lei a sussurrare a Trump la possibilità che a Damasco sorga presto una Trump Tower, progetto per cui il nuovo governo siriano non ha ancora dato l’autorizzazione. “Bisogna parlare con le persone sulla base di quello che vogliono sentirsi dire, e al presidente sentirsi dire questo piace”, ha detto Kabbani.
Ma in questo capovolgimento sorprendente dei rapporti tra due stati ex nemici un ruolo importante lo sta giocando anche l’ambasciatore americano in Turchia, da poco nominato inviato speciale Usa per la Siria. Thomas Barrack è un immoboliarista che conosce Trump da una vita, faceva affari con lui e come lui a New York negli anni Ottanta, è stato anche consigliere della sua campagna elettorale nel 2016. Nei nuovi panni di diplomatico si sta spendendo molto per riportare la Siria nella comunità commerciale e di business internazionale.
Qualche giorno fa ha annunciato di aver chiuso un accordo anche questo impensabile con al Sharaa: gli americani danno dato il loro lasciapassare affinché i jihadisti stranieri che militivano in Hts o in milizie affiliate, gente cresciuta odiando il “nemico americano”, infedele, corrotto, restino in Siria e vengano inglobati nel nuovo, costituendo esercito siriano. L’idea, ha spiegato Barrack, è che sia meglio tenere queste persone all'interno di un progetto statale piuttosto che escluderli rischiando che vadano di nuovo a ingrossare le file dell’Isis o di altri gruppi fondamentalisti.