Esteri

Padre Romanelli: “La vita nella parrocchia di Gaza tra bombe e malattie”

Padre Romanelli: “La vita nella parrocchia di Gaza tra bombe e malattie”

Parla il sacerdote dell’unica chiesa della Striscia racconta la quotidianità della sua comunità: “Siamo in 500, facciamo scuole e altre attività. La speranza è perduta, ci resta solo la fede”

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Carlos gira nel cortile sulla macchinina a pedali guidato dal suo papà: incontrano un vicino che li saluta e si mettono a chiacchierare. Poco lontano, Ramzi riprende la scena con il telefonino, per tenerla come ricordo. Il tutto mentre in lontananza si sente il rumore dei bombardamenti israeliani. È la “vita surreale” che da venti mesi si vive nel compound della parrocchia della Sacra famiglia di Gaza, dove dall’inizio dell’offensiva israeliana si è rifugiata la piccola comunità cristiana – cattolica e ortodossa – della Striscia: 500 persone in tutto ammassate nelle aule scolastiche e nei locali parrocchiali in un minuscolo fazzoletto di terra, finora preservato dal peggio ma non per questo sicuro né tranquillo.

Il piccolo Carlos gioca con la sua macchinina a pedali nel cortile della parrocchia della Sacra famiglia di Gaza
Il piccolo Carlos gioca con la sua macchinina a pedali nel cortile della parrocchia della Sacra famiglia di Gaza 

«Siamo circondati dai bombardamenti: quando sono vicini, c’è il rischio di schegge. L’aria è terribilmente malsana: polvere, detriti, gas. Ci si ammala anche per questo, così come per la dissenteria: e senza medicine, anche una cosa sciocca diventa grave», ci dice il parroco, padre Gabriel Romanelli. Nei giorni scorsi, è toccato anche a lui: una forte faringite causata da gas e detriti, e la febbre alta, lo hanno bloccato per giorni.

Padre, è la domanda più scontata, ma anche la più importante. Come state?

«Bene. Sopravviviamo. Andiamo avanti. Con la fede di sempre».

Può provare a raccontarci una vostra giornata tipo?

«Di solito durante il giorno tutti sono fuori, nel cortile a fare qualcosa. Le lezioni di canto, cucinare, i bambini giocano e fanno scuola. Ma non è mai tranquillo: appena una bomba cade vicino tutti corrono in chiesa o sotto la tettoia di cemento. Le schegge sono pericolosissime. Il problema è che ora molti si sono abituati, specie i bambini, e non vanno più a ripararsi: dobbiamo urlargli di smettere di giocare perché rischiano di morire. Dopo due minuti, sono di nuovo lì: come se fosse normale. È surreale, tutta la nostra vita negli ultimi venti mesi è surreale. Poi ci sono i giorni più brutti: qualche settimana fa, per due giorni nessuno di noi è uscito: i combattimenti erano vicinissimi, ci siamo riuniti in chiesa e abbiamo pregato. Grazie a Dio, è passata».

Cosa mangiate?

«Abbiamo quello che ci ha mandato il Patriarcato latino di Gerusalemme durante la tregua e il poco che riusciamo a comprare. La cucina lavora tutti i giorni. Dobbiamo passare la farina per togliere i vermi, ormai siamo bravissimi. Prepariamo lo zaatar (un mix di spezie) con le erbe che troviamo in terra. Abbiamo ancora lenticchie in scatola e cereali: li passiamo e facciamo la minestra. Proviamo a comprare cose fresche ma non si trova molto: i pomodori sono arrivati a 14 dollari al chilo, lo zucchero a 50, per noi è troppo. Ci sono rimaste delle caramelle: ne diamo una al giorno ai bambini e se possiamo anche agli anziani. Gli fa bene, anche al cuore».

E le medicine?

«Non ci sono. Né quelle per le malattie croniche né le altre. Mancano gli antibiotici: a me hanno dato qualche pillola scaduta, ed è stato meglio di niente. Mancano anche farmaci più blandi come quelli per la dissenteria, che qui è un problema quotidiano: l’acqua è sporca, ci sono tante infezioni in giro, gatti, topi e tanta spazzatura».

I suoi parrocchiani vogliono andare via?

«Questa è una domanda che nessuno si fa. La frontiera è chiusa e la gente non si pone neanche il problema. Umanamente, nessuno più spera nel futuro: qui non c’è più la speranza umana. È rimasta solo la fede: sappiamo che il Signore è buono e a lui continuiamo a chiedere che ci porti pace. Ci siamo resi conto nelle ultime settimane sta cambiando qualcosa, che i politici iniziano finalmente a parlare. Questa è una cosa bella ma bisogna agire: fino a quando si dovrà aspettare? Sono morti settemila bambini: ognuno è una tragedia. Bisognava fermarsi al primo bambino morto, israeliano o palestinese che fosse».

Il Papa ha parlato di Gaza spesso: anche domenica ha chiesto pace…

«Siamo grati al Papa che ci è stato vicino sin dal primo momento e che, lo sappiamo, sta lavorando per la pace. E siamo grati ai milioni di cristiani nel mondo che pregano per noi. Ai leader chiediamo di non limitarsi a pregare ma di lavorare per la pace. La pace è possibile: si deve fare. Adesso».

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