GERUSALEMME – Ai centri di distribuzione del cibo di Rafah ormai si muore anche quando sono chiusi. Le autorità sanitarie locali riferiscono di almeno otto palestinesi uccisi vicino al sito della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), la controversa fondazione americana che, nel nuovo sistema militarizzato, gestisce gli aiuti appoggiandosi a contractor privati armati. E che ieri ha di nuovo sospeso la consegna degli scatoloni accusando Hamas di minacciare direttamente le operazioni. «Ci hanno reso impossibile lavorare senza mettere a rischio la vita di persone innocenti», si legge nella nota stampa di Ghf.
Per i media palestinesi a sparare lungo i percorsi che conducono al centro distribuzione di Rafah è stato l’esercito israeliano (Idf). La Ghf non commenta né questa notizia, né quella diffusa dal sempre molto informato sito americano Axios, secondo cui il dipartimento di Stato sta valutando di finanziare la fondazione con 500 milioni di dollari. Di fatto, il governo americano ne…
GERUSALEMME – Ai centri di distribuzione del cibo di Rafah ormai si muore anche quando sono chiusi. Le autorità sanitarie locali riferiscono di almeno otto palestinesi uccisi vicino al sito della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), la controversa fondazione americana che, nel nuovo sistema militarizzato, gestisce gli aiuti appoggiandosi a contractor privati armati. E che ieri ha di nuovo sospeso la consegna degli scatoloni accusando Hamas di minacciare direttamente le operazioni. «Ci hanno reso impossibile lavorare senza mettere a rischio la vita di persone innocenti», si legge nella nota stampa di Ghf.
Per i media palestinesi a sparare lungo i percorsi che conducono al centro distribuzione di Rafah è stato l’esercito israeliano (Idf). La Ghf non commenta né questa notizia, né quella diffusa dal sempre molto informato sito americano Axios, secondo cui il dipartimento di Stato sta valutando di finanziare la fondazione con 500 milioni di dollari. Di fatto, il governo americano ne diventerebbe proprietario.
L’Idf, che riguardo a Rafah ammette di nuovo di aver aperto fuoco di avvertimento verso non precisati «sospetti», ha pubblicato le immagini di un tunnel «individuato nell’area dell’ospedale Europeo di Khan Younis e che ospitava uno dei centri di comando di Hamas durante il 7 Ottobre». Tre settimane fa l’aviazione ha bombardato pesantemente quel sotterraneo (con un numero di vittime mai precisato), dopo che l’intelligence aveva segnalato la presenza di Mohammed Sinwar, considerato il capo dell’ala combattente di Hamas nella Striscia e fratello del più noto Yahya Sinwar, la mente del pogrom ai kibbutz, ucciso l’anno scorso.
Le unità dell’Idf hanno recuperato diversi corpi e stanno facendo verifiche per stabilire con certezza che uno di questi sia di Sinwar jr, il cui decesso - però - a fine maggio è stato già comunicato dal premier Netanyahu davanti alla Knesset, il parlamento israeliano.
A Gaza City, invece, si muore sempre. Ieri l’ennesimo massacro di civili, questa volta nel quartiere di Sabra. La Difesa civile palestinese conta almeno 16 vittime causate da un singolo raid, 6 sono bambini, i feriti oltre 50. Un bombardamento che porta a 56 morti il bilancio delle vittime nelle ultime 24 ore in tutta la Striscia, destinato sicuramente ad aggravarsi perché sotto le macerie dell’abitazione di Sabra gli intrappolati sarebbero 85. L’Idf dice di aver colpito a Gaza City Asaad Abu Sharia, leader delle Brigate Mujaheddin, gruppo di miliziani alleato di Hamas. Abu Sharia, secondo informazioni di intelligence, ha assaltato il kibbutz Nir Oz ed è ritenuto «direttamente coinvolto» in rapimenti e omicidi di civili, inclusi membri della famiglia Bibas.
A proposito della sorte degli ostaggi, è stato ritrovato e recuperato il cadavere del thailandese Pinta Nattapong, rapito a Nir Oz e morto mentre era prigioniero delle Brigate Mujaheddin. La risposta di Hamas non si è fatta attendere: ha pubblicato una nuova foto di Matan Zangauker, dopo aver affermato che le truppe stavano assediando la zona in cui è tenuto prigioniero. «Non ritornerà vivo», è il messaggio che accompagna l’immagine, dove si vede la foto dell’ostaggio israeliano (appoggiato su un fianco e con una flebo sullo sfondo) attaccata a un sacco nero insanguinato posto su un pavimento anch’esso sporco di sangue con alcuni proiettili.