Quando Los Angeles bruciò per sei giorni: le rivolte del 1992 contro la violenza razziale
di Enrico FranceschiniLONDRA – I disordini di Los Angeles che hanno spinto Donald Trump a ordinare l’intervento della Guardia Nazionale e ad allertare perfino i Marines hanno causato infinitamente meno danni rispetto a quelli che nel 1992 sconvolsero per sei giorni la metropoli della California meridionale, provocando 63 morti, 2300 feriti e 12 mila arresti. Anche le circostanze sono diverse. Ma alcune delle cause sono simili, in particolare il maltrattamento nei confronti delle minoranze e l’insensibilità del governo.
Trentatré anni or sono, le violenze contribuirono a fare maturare la svolta politica che, pochi mesi più tardi, portò lo sfidante democratico Bill Clinton a sconfiggere il presidente repubblicano George Bush senior nella corsa alla Casa Bianca. Anche per questo i “Rodney Kings riots”, come vengono ricordati citando il nome della vittima che li scatenò, contengono lezioni utili per l’America di oggi.
L’antefatto
Le proteste in…
LONDRA – I disordini di Los Angeles che hanno spinto Donald Trump a ordinare l’intervento della Guardia Nazionale e ad allertare perfino i Marines hanno causato infinitamente meno danni rispetto a quelli che nel 1992 sconvolsero per sei giorni la metropoli della California meridionale, provocando 63 morti, 2300 feriti e 12 mila arresti. Anche le circostanze sono diverse. Ma alcune delle cause sono simili, in particolare il maltrattamento nei confronti delle minoranze e l’insensibilità del governo.
Trentatré anni or sono, le violenze contribuirono a fare maturare la svolta politica che, pochi mesi più tardi, portò lo sfidante democratico Bill Clinton a sconfiggere il presidente repubblicano George Bush senior nella corsa alla Casa Bianca. Anche per questo i “Rodney Kings riots”, come vengono ricordati citando il nome della vittima che li scatenò, contengono lezioni utili per l’America di oggi.
L’antefatto
Le proteste iniziano il 29 aprile ’92 dopo che una giuria assolve quattro agenti della polizia di Los Angeles incriminati per eccessivo uso della forza nell’arresto di Rodney King, un afroamericano fermato per guida in stato di ubriachezza e brutalmente picchiato l’anno precedente. L’episodio era stato filmato da un passante e ritrasmesso infinite volte dai media.
Ma le tensioni in città crescevano anche prima della sentenza, alimentate da violenze delle forze dell’ordine, diseguaglianze economiche e conflitti razziali fra la comunità nera e quella coreana, culminati nell’uccisione di una giovane afroamericana con un colpo di pistola alla schiena da parte di un negoziante coreano che l’accusava di furto: l’uomo aveva ricevuto una lieve sanzione, senza passare un solo giorno in carcere. In una conferenza stampa il sindaco di Los Angeles, l’afroamericano e democratico Tom Bradley, contesta il verdetto su Rodney King ma fa appello alla calma.
I disordini
La reazione popolare all’assoluzione dei quattro poliziotti scoppia spontaneamente nel quartiere di South Central e poi contagia altre zone della città. Migliaia di persone partecipano a saccheggi di massa, aggressioni, incendi, mettendo per sei giorni L.A. a ferro e fuoco. Gli afroamericani dei ghetti più poveri danno l’assalto a negozi e ristoranti di Koreatown, il quartiere coreano, ma anche bianchi finiscono nel mirino.
Le forze del Los Angeles Police Department non riescono a contenere la violenza. Il sindaco dichiara lo stato d’emergenza e il coprifuoco nelle aree più colpite dai disordini. Il governatore della California ordina l’intervento della Guardia Nazionale, l’esercito “di riserva” convocato per minacce eccezionali all’ordine pubblico e alla sicurezza. Anche unità delle forze armate e di varie agenzie federali vengono chiamate in azione. L’ondata di violenza si spegne soltanto dopo che 10 mila uomini armati sono schierati nelle strade. Ma il bilancio è gravissimo: più di 60 morti, oltre 6300 feriti, più di 12 mila persone arrestate, un miliardo di dollari di danni. Gran parte di Koreatown è distrutta.
Le conseguenze
Parte della responsabilità delle violenze viene attribuita a Daryl Gates, il capo della polizia di Los Angeles, che ha permesso per troppo tempo metodi brutali alle sue forze e viene costretto a dare le dimissioni. Il governo federale e le autorità locali stanziano fondi pubblici per ricostruire case ed esercizi pubblici danneggiati. Una commissione d’inchiesta intitolata “To rebuild is not enough” (Ricostruire non basta) afferma che le cause profonde della crisi sono miseria, mancanza di opportunità lavorative e di istruzione, abusi della polizia e conflitti etnici fra le minoranze, in particolare fra quella asiatica più benestante e quella afroamericana più povera.
Secondo uno studio sociologico, mentre i “Watts riots”, i disordini del 1965 che avevano provocato 34 morti e più di mille feriti, erano stati esclusivamente di natura razziale e avevano viste unite tutte le minoranze di Los Angeles, quelli del ’92 sono anche una “rivolta di classe”, nonostante la miccia che l’ha accesa sia l’assoluzione di quattro agenti bianchi per il pestaggio di un nero. Il presidente Bush descrive l’accaduto come “un fatto puramente criminale”. Pur notando che l’ingiusto verdetto non può essere “vendicato con la violenza selvaggia”, il candidato democratico alla Casa Bianca Clinton accusa invece l’amministrazione repubblicana di Bush e del suo predecessore Ronald Reagan per i tagli al bilancio che hanno prodotto “un decennio di decadimento urbano”. Nel vent’anni successivi, a Los Angeles si registra un declino della violenza, ma la situazione economica e le disparità di classe non migliorano. Nel 2004 il popolare videogioco “Grande Theft Auto”, che si svolge in una città chiamata Los Santos, una parodia di Los Angeles, contiene scene ispirate ai disordini del ’92.