Rompere l’assedio via mare e via terra per mostrare al mondo la necessità e l’urgenza di aprire i valichi e fermare le bombe su Gaza. Dopo la missione della Freedom Flotilla, terminata con l’abbordaggio e il sequestro della Madleen e l’arresto di tutto l’equipaggio, un’altra iniziativa punta a raggiungere il lato egiziano del valico di Rafah per avvicinarsi alla Striscia.
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Gli attivisti l’hanno chiamata Global March, ci lavorano da mesi, coinvolge delegazioni da 54 Paesi e a giorni dovrebbe partire dal Cairo. Condizionale d’obbligo, alla luce delle condizioni. Attraversare il Sinai egiziano, da anni dichiarato zona militare speciale, significa superare check point, mostrare autorizzazioni, giustificare il viaggio in un’area in cui di fatto possono accedere solo residenti, fornitori, lavor…
Rompere l’assedio via mare e via terra per mostrare al mondo la necessità e l’urgenza di aprire i valichi e fermare le bombe su Gaza. Dopo la missione della Freedom Flotilla, terminata con l’abbordaggio e il sequestro della Madleen e l’arresto di tutto l’equipaggio, un’altra iniziativa punta a raggiungere il lato egiziano del valico di Rafah per avvicinarsi alla Striscia.
Greta Thunberg espulsa da Israele: in volo dopo il blitz contro la Flotilla per Gaza
Gli attivisti l’hanno chiamata Global March, ci lavorano da mesi, coinvolge delegazioni da 54 Paesi e a giorni dovrebbe partire dal Cairo. Condizionale d’obbligo, alla luce delle condizioni. Attraversare il Sinai egiziano, da anni dichiarato zona militare speciale, significa superare check point, mostrare autorizzazioni, giustificare il viaggio in un’area in cui di fatto possono accedere solo residenti, fornitori, lavoratori, militari o autorità. Eppure – è l’ipotesi prende sempre più corpo – il progetto potrebbe andare in porto. A supportarlo ci sono anche 20 eurodeputati, inclusi gli italiani Mimmo Lucano, Brando Benifei e Marco Tarquinio, che con una lettera si dicono pronti a sostenere anche personalmente l’iniziativa.
Formalmente, le autorizzazioni non ci sono, ma neanche veri dinieghi e secondo indiscrezioni le autorità egiziane potrebbero decidere di non mettersi di traverso.
Sui numeri dal coordinamento della marcia nessuno si azzarda a fare previsioni precise, ma ci potrebbero essere almeno cinquemila persone pronte a partecipare alla marcia. “Ed è stima approssimata per difetto”, spiegano dalla delegazione italiana.
Giovedì 12 al Cairo le varie delegazioni della Global march dovrebbero unirsi allo spezzone partito ieri dalla Tunisia, con millecinquecento persone divise fra auto, camion e pullman, e che via terra vedrà aggiungersi altri partecipanti. Secondo gli organizzatori, si potrebbe arrivare a quota settemila. Qualche ora fa hanno superato il primo checkpoint con la Libia, dove alcuni autobus sono già pronti a unirsi alla carovana. Il convoglio dovrà attraversare anche zone controllate dalle milizie, ma informalmente avrebbe già avuto il via libera. In Egitto dovrebbe arrivare anche una carovana umanitaria in partenza dall’Algeria con un carico di medicinali e beni di prima necessità, che si unirà alla marcia diretta verso Rafah.
“Prevediamo di partire verso al Arish il 13 e raggiungere il valico entro il 15”, spiega la delegazione italiana in una nota. “L’obiettivo è di negoziare l’apertura del terminal con le autorità egiziane, in collaborazione con ong, diplomatici e istituzioni umanitarie, che marciano con noi, in modo pacifico e senza forzare alcuna barriera”.
Secondo alcune indiscrezioni, il progetto – sebbene ambizioso – potrebbe essere avallato, seppur in parte ridimensionato dalle autorità egiziane. È molto difficile che alla marcia venga permesso di fermarsi per due giorni nei pressi del valico, come attualmente programmato, ma non è escluso che i partecipanti possano davvero raggiungere le porte di Gaza, magari scortati dai militari.
Stretto fra le pressioni internazionali, Stati Uniti in primis, da dove il presidente Trump ha lanciato il progetto “Gaza riviera” che prevede lo sfollamento in Sinai di parte dei gazawi, e quelle interne, con ampi settori della società assai contrari all’ipotesi di accogliere un milione di palestinesi, l’Egitto e il suo presidente al Sisi si trovano in una posizione estremamente delicata. Ma l’attuale stallo nei negoziati fra Israele e Hamas, come la timida ondata di reazioni internazionali di fronte alla catastrofe umanitaria, potrebbero far pendere l’ago della bilancia a favore dei manifestanti.
Dall’Italia, in duecento sono pronti a partire. I criteri per poter partecipare alla marcia sono stringenti: niente condanne penali, non essere nella black list egiziana o avere un passato problematico nel Paese. “Non sarà una passeggiata - spiega Antonietta Chiodo, referente per l’Italia della Global March to Gaza - per questo motivo, tutti i partecipanti hanno compilato un modulo di adesione in cui vengono informati della possibilità di essere rimpatriati, interrogati o arrestati”.
La Farnesina ha formalmente preso le distanze dall’iniziativa e con una nota, tuttora visibile nella sezione ‘Viaggiare sicuri’ del suo sito, specifica “di non avere alcun coinvolgimento in queste iniziative, che non sono pertanto sostenute né promosse”. Ma soprattutto avvisa chi deciderà comunque di partecipare alla marcia che “l’area del Sinai del Nord è già formalmente sconsigliata dalla Farnesina per ragioni di sicurezza”, l’avvicinamento “comporta seri rischi per l’incolumità personale, e non può essere garantita alcuna forma di assistenza consolare”. Traduzione: chi va, lo fa a proprio rischio e pericolo. Monito che non sembra aver scoraggiato la delegazione italiana.