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Flotilla, il giurista Mariniello: per Israele possibili nuovi problemi di giustizia internazionale

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Secondo l’ex assistente dei giudici della Corte penale dell’Aja, il sequestro della nave umanitaria e la detenzione degli attivisti sono illegittimi
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“Il blitz contro la Freedom Flotilla e il fermo di tutto l’equipaggio potrebbero complicare la posizione di Israele di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Bloccare una nave carica di aiuti rafforza le accuse che Israele usi la fame forzata per imporre alla popolazione di Gaza condizioni di vita impossibili, che sono uno degli elementi per contestare l’accusa di genocidio”. Ordinario di diritto internazionale all’Università di Liverpool, in passato assistente dei giudici della Corte penale internazionale e oggi parte del team legale delle vittime di Gaza e dei loro familiari nella causa che ha portato all’emanazione dei mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant da parte della Corte penale internazionale, il professore Triestino Mariniello sembra quasi stupito: “Giuridicamente, non c’è branca del diritto internazionale che non sia stata violata. Stop e sequestro della nave, come la detenzione arbitraria dell’equipaggio sono del tutto illecite”.

Per quale motivo?

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“Il blitz contro la Freedom Flotilla e il fermo di tutto l’equipaggio potrebbero complicare la posizione di Israele di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Bloccare una nave carica di aiuti rafforza le accuse che Israele usi la fame forzata per imporre alla popolazione di Gaza condizioni di vita impossibili, che sono uno degli elementi per contestare l’accusa di genocidio”. Ordinario di diritto internazionale all’Università di Liverpool, in passato assistente dei giudici della Corte penale internazionale e oggi parte del team legale delle vittime di Gaza e dei loro familiari nella causa che ha portato all’emanazione dei mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant da parte della Corte penale internazionale, il professore Triestino Mariniello sembra quasi stupito: “Giuridicamente, non c’è branca del diritto internazionale che non sia stata violata. Stop e sequestro della nave, come la detenzione arbitraria dell’equipaggio sono del tutto illecite”.

Per quale motivo?

"Secondo il diritto internazionale, un’imbarcazione battente regolarmente bandiera non può essere fermata e sequestrata se non in caso di precise eccezioni. La prima, una minaccia alla sicurezza del Paese, ma si trattava di una nave umanitaria che navigava in acque internazionali. Anche il diritto del mare lo vieta. Israele potrebbe affermare che si apprestava a forzare il blocco navale, che è però internazionalmente riconosciuto come illegale”.

In cosa consiste di preciso?

“Nonostante il ritiro da Gaza, dal 2007 Israele ha imposto un embargo e blocco dei confini di Gaza, che prevede anche un divieto d’accesso alle acque territoriali. Si tratta di una ‘punizione collettiva’ per la popolazione perché limita l’accesso degli aiuti ed è qualificabile come violazione delle norme internazionali. Il Segretariato Generale dell’Onu si è espresso in diverse occasioni ed inequivocabilmente sull’illegalità internazionale del blocco di Gaza”.

Se la Palestina non è riconosciuta come Stato da molti Paesi, può comunque avere delle acque territoriali?

“La Palestina ha un proprio territorio ampiamente stabilito dal diritto internazionale: la Cisgiordania compresa Gerusalemme est e la Striscia di Gaza, dunque anche acque territoriali. Anche il Consiglio di sicurezza Onu, con l’avallo degli Usa, lo ha riconosciuto, dichiarando illegali gli insediamenti e Israele potenza occupante”.

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Anche in questa veste Israele ha degli obblighi?

“Certamente. E veniamo alle violazioni del diritto penale internazionale, che in alcuni casi si configurano come crimini di guerra perché si è trattato di un attacco, sferrato contro un’organizzazione umanitaria che trasportava aiuti, che ha comportato la violazione della dignità degli attivisti e la detenzione arbitraria dell’equipaggio stesso. In più, impedire l’accesso di beni di prima necessità è una condotta di fame forzata, su cui la Cpi sta già lavorando”.

Alla luce di tutto questo, su che base otto attivisti sono ancora detenuti?

“Non si conoscono al momento le contestazioni formali, tuttavia la detenzione è già qualificabile come assolutamente arbitraria. Primo, non esiste criterio di connessione con la giurisdizione israeliana: non hanno mai messo piede nel Paese, né dichiarato di volerlo fare e non ci sono israeliani coinvolti, quindi Israele non è competente. Secondo, alcuni elementi come l’attacco di notte con sostanze chimiche e gli audio stordenti che i video documentano e la visione forzata dei filmati, che le stesse autorità hanno confermato, costituiscono trattamenti inumani e degradanti. Israele ha sottoscritto convenzioni che espressamente li vietano, sebbene da tempo non vengano rispettate”.

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Cosa potrebbero fare gli attivisti adesso?

“Sicuramente una denuncia alla Corte penale internazionale. Gli estremi ci sono. Ma ora si dovrebbero muovere anche gli Stati. Anzi la Gran Bretagna potrebbe essere obbligata. Da Stato di bandiera della Madleen ha l’obbligo di adottare tutte le misure possibili, tra cui pressioni diplomatiche, per proteggere i diritti umani delle persone ancora detenute. Allo scopo si potrebbe proporre un proporre un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo”.

A che titolo Stati diversi da quelli di provenienza degli attivisti potrebbero intervenire?

“Di fronte a tante violazioni internazionali anche gli Stati avrebbero facoltà di procedere anche legalmente per rompere l’assedio. Ma ancora una volta, tocca alla società civile sostituirsi alle istituzioni”.

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