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Sale la tensione con l’Iran, gli Usa riducono il personale dell’ambasciata a Baghdad

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Stallo sui negoziati per il nucleare, nuovi rischi in tutto il Medioriente Israele, Netanyhau alla prova del voto alla Knesset
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Lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran con il rischio che la crisi nucleare si avviti senza una soluzione diplomatica, fa alzare la tensione in tutto il Medioriente. Per accresciuti «rischi di sicurezza», il dipartimento di Stato ieri ha autorizzato l’evacuazione del personale non essenziale dell’ambasciata a Baghdad e consentirà alle famiglie dei militari in diverse basi della regione – tra cui Kuwait e Bahrein - di lasciare le loro sedi. La decisione è stata presa a «seguito di una recente revisione», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, senza dare ulteriori spiegazioni.

La mossa Usa arriva in un momento di forte tensione con l’Iran, che rischia di subire una mozione di censura dal consiglio dell’agenzia atomica internazionale per il suo programma nucleare. Da due mesi, Teheran e Washington trattano per evitare una escalation militare ma i negoziati sul nucleare non hanno ridotto le distanze: gli americani vogliono che l’Iran rinunci all’arricchimento del…

Lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran con il rischio che la crisi nucleare si avviti senza una soluzione diplomatica, fa alzare la tensione in tutto il Medioriente. Per accresciuti «rischi di sicurezza», il dipartimento di Stato ieri ha autorizzato l’evacuazione del personale non essenziale dell’ambasciata a Baghdad e consentirà alle famiglie dei militari in diverse basi della regione – tra cui Kuwait e Bahrein - di lasciare le loro sedi. La decisione è stata presa a «seguito di una recente revisione», ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Anna Kelly, senza dare ulteriori spiegazioni.

La mossa Usa arriva in un momento di forte tensione con l’Iran, che rischia di subire una mozione di censura dal consiglio dell’agenzia atomica internazionale per il suo programma nucleare. Da due mesi, Teheran e Washington trattano per evitare una escalation militare ma i negoziati sul nucleare non hanno ridotto le distanze: gli americani vogliono che l’Iran rinunci all’arricchimento dell’uranio, per la Repubblica islamica è una linea rossa che non può essere varcata. L’evacuazione delle ambasciate è «un chiaro segnale all’Iran che Washington è seriamente intenzionata a colpire se non si fa l’accordo», commenta l’analista Michael Horowitz.

Netanyahu preme da tempo sulla Casa Bianca per uno strike sui siti nucleari iraniani, Trump finora ha frenato. Se dovesse succedere, gli iraniani risponderanno anche colpendo le basi americane nella regione.

Nel frattempo il premier israeliano deve affrontare la prova politica più insidiosa dall’inizio della guerra a Gaza. Dopo mesi di mediazioni fallite, i leader dei partiti ultraortodossi minacciano di far cadere il governo perché non ha approvato una legge che esentasse i religiosi dal servizio militare obbligatorio, dopo che un anno fa la corte suprema ha stabilito che l’antico privilegio non può più essere sostenuto dalla società israeliana.

L’opposizione si è inserita in questa crepa interna alla stessa maggioranza e ha presentato una mozione per sciogliere l’assemblea e andare a elezioni anticipate. Ieri per tutta la giornata il Likud del premier ha tentato di mediare con gli alleati riluttanti, i leader dei partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism per trovare un compromesso. Se ci riuscirà, per i prossimi sei mesi l’opposizione non potrà più presentarne. Un rinvio invece potrebbe riproporre la questione già tra una settimana. Se il disegno di legge venisse approvato, invece, potrebbero volerci mesi prima che vengano indette nuove elezioni. Al centro della contesa c’è un tema che riguarda l’identità e il futuro di Israele, un paese dove il servizio militare è obbligatorio per tutti, uomini e donne (tre e due anni), che è in guerra su diversi fronti da quasi due anni e ha richiamato più volte i suoi riservisti.

Gli haredi, gli ultraortodossi, che rappresentano ormai il 13% della popolazione, rifiutano di arruolarsi e pretendono di non essere sanzionati per questo esempio perdendo i generosi sussidi economici che ricevono. «I rabbini temono che se i giovani ultraortodossi entrassero nell’Idf venendo in contatto con idee diverse e con i laici questo cambierebbe la natura delle comunità Haredi, che vivono isolate, secondo uno stile di vita tradizionale», spiega il rabbino Yehoshua Pfeffer, presidente di Netzach Yehudah, una organizzazione che al contrario sostiene i soldati Haredi nell’esercito. L’altra Israele, maggioritaria, guarda con crescente insofferenza allo status di cui godono gli haredi: l’84% vuole che gli ultraortodossi servano nell’esercito

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