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Guantanamo, dall’11 settembre ai clandestini: la prigione dei diritti negati

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Luogo di interrogatori e punizioni, il compound aperto dopo l’attacco alle Torri evoca lo spettro di un luogo senza regole
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NEW YORK – “Penny Lane” non esiste più a Guantanamo, o almeno così assicurano le guardie a riposo: era l’ala dove gli agenti della Cia ospitavano i detenuti islamici, che speravano di trasformare in spie. Gli irriducibili, quelli che non parlavano neppure affogati nell’acqua, finivano invece a “Strawberry Fields Forever”, reparto di punizione dove la pena era “Forever”, per sempre, i prigionieri chiamati “Fantasmi”, niente nome, matricola, passaporto, foto segnaletiche, impronte, giusto nemici raccolti sui fronti della guerra al terrorismo, la più lunga d’America, venti anni perduti dall’Asia, all’Africa, alle banlieue d’Europa.

Dopo che Obama ne aveva chiesto la chiusura e Biden l’aveva svuotata, Gitmo, o Guantanamo, base navale occupata dagli Stati Uniti nella guerra per Cuba, era davvero luogo di spettri, liberati, trasferiti o morti: uomini in tuta arancione arrivati dall’11 settembre 2001.

L’ultimo fantasma era Muieen A Deen Jamal-A Deen Abd al-Fusal Abd al-Sattar, nome di b…

NEW YORK – “Penny Lane” non esiste più a Guantanamo, o almeno così assicurano le guardie a riposo: era l’ala dove gli agenti della Cia ospitavano i detenuti islamici, che speravano di trasformare in spie. Gli irriducibili, quelli che non parlavano neppure affogati nell’acqua, finivano invece a “Strawberry Fields Forever”, reparto di punizione dove la pena era “Forever”, per sempre, i prigionieri chiamati “Fantasmi”, niente nome, matricola, passaporto, foto segnaletiche, impronte, giusto nemici raccolti sui fronti della guerra al terrorismo, la più lunga d’America, venti anni perduti dall’Asia, all’Africa, alle banlieue d’Europa.

Dopo che Obama ne aveva chiesto la chiusura e Biden l’aveva svuotata, Gitmo, o Guantanamo, base navale occupata dagli Stati Uniti nella guerra per Cuba, era davvero luogo di spettri, liberati, trasferiti o morti: uomini in tuta arancione arrivati dall’11 settembre 2001.

L’ultimo fantasma era Muieen A Deen Jamal-A Deen Abd al-Fusal Abd al-Sattar, nome di battaglia Omar al Farouq, apolide di origine Rohingya, Myanmar, catturato sulle giogaie del Pakistan nel dicembre 2001, irriducibile, mai un colloquio, un avvocato, una domanda ai secondini. Il Docket, reparto di sicurezza affollato da 780 uomini, vedeva infine una dozzina di disperati.

Ora Guantanamo aspetta fra i reticolati, detti “concertina” per la forma a fisarmonica che cela lame come rasoi, i deportati del presidente Donald Trump, fra tende, percorsi obbligati, rancio sempre uguale, divise scarlatte, interrogatori, medici in camice, terriccio smosso dai Vientos alisios, i poderosi venti tropicali che un tempo governavano i velieri.

La voce, propalata dai social media, di manipoli di deportati europei a Gitmo, italiani inclusi, ha costretto il ministro Tajani e lo staff della Farnesina a smentite decise, finché Washington non ha segnalato che a succedere ad Omar al Farouq fra i fantasmi del campo saranno gli arrestati nelle retate senza documenti regolari o con passaporto di un Paese che non assicura agli Usa i rimpatri. Fu Donald Rumsfeld, ministro della Difesa del presidente Bush figlio, a immaginare un luogo extraterritoriale, dove i diritti della Convenzione di Ginevra non si applicassero ai “combattenti non convenzionali” e lo statuto legale Habeas corpus, che garantisce dal 1679 chiunque venga arrestato in un Paese anglosassone, fosse nullo. Riuscirà Trump a replicare il Limbo della Costituzione nella guerra all’emigrazione illegale, o l’opinione pubblica gli girerà le spalle, come con i neocon di G.W. Bush, accusati dai tribunali di torture, deprecati da murales e dal Guantanamo Project, dossier di memorie e voci dimenticate?

Le immagini delle bandiere messicane fra i roghi di Los Angeles e il ritorno dei fantasmi a Guantanamo occupano l’arena dei media, azzerando di botto le difficoltà di Trump, felice per il sondaggio del network tv Cbs: il 54% dei cittadini Usa approva la sua campagna anticlandestini, inclusi i rastrellamenti ad Alameda Street e al grande magazzino Home Depot di Los Angeles, e la riapertura dei cancelli della Marina a Guantanamo. Potranno i 116 chilometri quadrati della base ospitare i 30.000 detenuti che Stephen Miller, 39 anni, l’inflessibile consigliere californiano dietro l’operazione, vorrebbe cacciare “dall’America destinata solo agli americani”, come ha urlato al Madison Square Garden in autunno?

Alla mensa della Marina di Gitmo il menu elenca rancio per 4,35 dollari a colazione, 7 dollari pranzo e 6,05 a cena, ma riguarda il personale, i prigionieri ricevono 2000 calorie al giorno, divise in tre razioni, panini bagel, frutta fresca e verdura, carne halal per rispetto al Corano, dieta che ha portato a polemiche aspre, con il senatore Inhofe a dire «in cella si ingrassa, mangiando bene» e il giurista Mark Denbeaux, Seton Hall University, a denunciare un regime poco salutare.

Possono cucine, ambulatori, servizi igienici strutturati per un migliaio di persone gestirne 30.000? Trump e Miller giurano di sì e i fantasmi in tuta tornano a Gitmo e vedremo quale ballata dei Beatles servirà.

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