Il presidente dell’Anpac: “Partenza già compromessa, l’aereo Air India non aveva spinta”
di Emma BonottiAppena trenta secondi di volo. È ragionando su questo dato certo, il breve lasso di tempo decorso da quando le ruote si sono staccate dalla pista e il momento dello schianto, che si possono formulare le prime ipotesi sull’incidente del Boeing 787 Dreamliner dell’Air India, ora che le reali cause restano ancora ignote. «In quel mezzo minuto non sono successe molte cose. Si dovrà capire il motivo, ma quell’aereo è sembrato decollare già compromesso». A parlare è il comandante Riccardo Canestrari, presidente dell’Associazione Nazionale Professionale Aviazione Civile (Anpac), il sindacato dei piloti.
Comandante, lei crede che i primi problemi si siano presentati quando il velivolo era ancora al suolo?
«Abbiamo ancora troppe poche informazioni per sbilanciarci sulle cause concrete, per ora possiamo solo manifestare vicinanza ai familiari delle vittime. Ciò che osserviamo è che già dopo pochi secondi l’aeroplano non ha sufficiente spinta per continuare il decollo e, nonostante il tentativ…
Appena trenta secondi di volo. È ragionando su questo dato certo, il breve lasso di tempo decorso da quando le ruote si sono staccate dalla pista e il momento dello schianto, che si possono formulare le prime ipotesi sull’incidente del Boeing 787 Dreamliner dell’Air India, ora che le reali cause restano ancora ignote. «In quel mezzo minuto non sono successe molte cose. Si dovrà capire il motivo, ma quell’aereo è sembrato decollare già compromesso». A parlare è il comandante Riccardo Canestrari, presidente dell’Associazione Nazionale Professionale Aviazione Civile (Anpac), il sindacato dei piloti.
Comandante, lei crede che i primi problemi si siano presentati quando il velivolo era ancora al suolo?
«Abbiamo ancora troppe poche informazioni per sbilanciarci sulle cause concrete, per ora possiamo solo manifestare vicinanza ai familiari delle vittime. Ciò che osserviamo è che già dopo pochi secondi l’aeroplano non ha sufficiente spinta per continuare il decollo e, nonostante il tentativo del pilota di abbassare leggermente il muso per cercare di prendere velocità, il velivolo non accelera e perde quota. Inoltre, nel momento in cui l’aeroplano si invola si vede un po’ di polvere, come se il decollo fosse avvenuto al limite della pista».
C’è chi ipotizza che la pista non sia stata sfruttata tutta, sarebbe un errore?
«Prima di volare, entrambi i piloti raccolgono numerosi dati sulla condizione del meteo e dell’aeroplano e li inseriscono in un computer che restituisce la velocità e il livello di spinta per il decollo. Calcoli che ti consentono di capire di quanta pista avrai bisogno. Quella di Ahmedabad è lunga più di tre chilometri e mezzo e consente di iniziare l’accelerazione in diversi punti. Diciamo che un aereo di quella portata ha di certo bisogno di più spazio rispetto a uno che si sposta tra Roma e Milano».
Possiamo ipotizzare allora problemi al motore?
«Difficile che sia avvenuto in volo. Se uno dei due motori va in avaria, il pilota è addestrato per alzare l’ala critica per ottimizzare la spinta residua e prendere comunque quota. In quei casi, da terra si può apprezzare questo tipo di manovra che può apparire come una piccola virata, ma i video dell’incidente non mostrano questo tipo di dinamica. Vedo poco plausibile anche l’ipotesi di un impatto con degli uccelli: nelle riprese non appaiono e in quel momento all’aeroporto c’erano 40 gradi, di solito a queste temperature restano a terra. Inoltre, se uno dei due motori dovesse piantare, l’altro, per certificazione, consente al pilota di prendere quota per poi effettuare un atterraggio di emergenza, ma questo non è successo».
Prima dello schianto, l’aereo ha lanciato il Mayday, ma poi la torre di controllo non ha ricevuto più risposta.
«Quando si è in volo vige la regola first fly the aircraft, prima ti preoccupi di far volare l’aereo, poi di comunicare con chi è a terra e di avvisare i passeggeri. Sono momenti brevi e concitati, non avranno avuto alternativa».