Cos’è la bandiera della vendetta e perché è stata issata in Iran dopo l’attacco di Israele
di Marco Di BrancoNon è sfuggito a molti analisti che una delle immediate conseguenze dell’attacco israeliano contro l’Iran non abbia avuto una dimensione politica, diplomatica o militare, ma sia stato un atto puramente simbolico: sulla cupola della moschea di Jamkaran, uno dei più importanti santuari del Paese, è stata innalzata la cosiddetta “Bandiera della Vendetta”, un drappo rosso sul quale campeggia una scritta araba inneggiante ai vendicatori di Husayn, morto il 10 ottobre del 680 durante la celebre battaglia di Karbala, uno degli eventi fondativi della dottrina sciita che informa la classe dirigente iraniana.
Husayn, nipote di Maometto, fu protagonista di un breve episodio ribellistico che ebbe però riflessi di enorme portata storica. Alle origini della vicenda c’è il grande scontro tra gli sciiti, che sostenevano il diritto dei discendenti diretti del Profeta a governare la comunità islamica, e il califfato umayyade (e sunnita) di Damasco. Quando gli sciiti della città irachena di Kufa si…
Non è sfuggito a molti analisti che una delle immediate conseguenze dell’attacco israeliano contro l’Iran non abbia avuto una dimensione politica, diplomatica o militare, ma sia stato un atto puramente simbolico: sulla cupola della moschea di Jamkaran, uno dei più importanti santuari del Paese, è stata innalzata la cosiddetta “Bandiera della Vendetta”, un drappo rosso sul quale campeggia una scritta araba inneggiante ai vendicatori di Husayn, morto il 10 ottobre del 680 durante la celebre battaglia di Karbala, uno degli eventi fondativi della dottrina sciita che informa la classe dirigente iraniana.
Husayn, nipote di Maometto, fu protagonista di un breve episodio ribellistico che ebbe però riflessi di enorme portata storica. Alle origini della vicenda c’è il grande scontro tra gli sciiti, che sostenevano il diritto dei discendenti diretti del Profeta a governare la comunità islamica, e il califfato umayyade (e sunnita) di Damasco. Quando gli sciiti della città irachena di Kufa si ribellarono contro gli Umayyadi, Husayn, con un piccolo drappello di familiari e sostenitori, volle unirsi alla rivolta, ma fu intercettato dalle truppe umayyadi nel sito di Karbala, presso l’Eufrate. Il racconto degli avvenimenti che si verificarono in questa occasione è tutto intessuto di motivi simbolici e agiografici.
Secondo la tradizione, il comandante delle truppe sunnite, fortemente restio ad affrontare in una diseguale battaglia il nipote del Profeta, avrebbe tentato di convincere Husayn a rinunciare al suo progetto, ma quest’ultimo fu irremovibile. All’alba del venerdì, decimo giorno del mese islamico di mu?arram, ha inizio il combattimento. Il caldo si fa soffocante e la truppa sciita soffre terribilmente per la sete. Husayn vede cadere intorno a sé tutti i suoi compagni: restano solo i membri della famiglia. Uno dei suoi figli è fatto a pezzi dalla folla soverchiante dei nemici, suscitando il pianto disperato del padre. Il massacro continua, con episodi raccapriccianti: Husayn, sfinito dalla sete, si prostra in terra con in braccio il suo figlioletto di un anno. I nemici gli si accostano, e tuttavia nessuno ha il coraggio di uccidere il nipote del Profeta. Ma una freccia nemica si conficca nell’orecchio del bambino, uccidendolo. Husayn corre verso la riva dell’Eufrate, si inginocchia per bere e viene colpito da frecce. Grondante di sangue, riesce a uccidere qualche nemico, ma è ormai ricoperto di ferite. Alla fine, viene colpito alle spalle. La sua testa, spiccata dal busto, è inviata al califfo umayyade Yazid. Gli sciiti giureranno vendetta contro gli assassini del nipote del Profeta fino alla fine dei tempi.
Questo racconto è all’origine di una amplissima e ricca tradizione agiografica incentrata sul motivo dell’uccisione dell’"eroe culturale” ?usayn che si sacrifica per l’umanità. La tragedia di Karbala viene rivissuta e celebrata annualmente da tutto il movimento sciita: in molti Paesi si danno vere e proprie sacre rappresentazioni o processioni simili a quelle della Settimana Santa. Il sacrificio di ?usayn è anche un atto politico: il fedele ne trae la lezione che è doveroso opporsi ai tiranni e all’ingiustizia, non per interesse personale, ma per il bene della comunità. Karbala costituisce un grand tournant anche per ciò che concerne la trasformazione dello sciismo in un movimento che assorbirà, accanto a partigiani puramente politici, anche entusiastici portatori di idee gnostiche, messianiche e sincretistiche, estranee alla tradizione islamica ortodossa. In tal modo il movimento finirà per colorarsi di tendenze teologiche “estreme”, dividendosi in sette e sotto-sette che, in alcuni casi, dureranno fino ai giorni nostri.
Alla luce di tutto ciò, diventa più chiaro il contenuto del messaggio iraniano ai suoi nemici. In effetti, un elemento tipico della dottrina sciita, che essa ha in comune con il Cristianesimo, è quello della rivalutazione del dolore e della sofferenza come valori positivi. Come ha scritto il grande islamista Alessandro Bausani, «lo sciismo, i cui leader, salvo brevissimi periodi e casi eccezionali, non riuscirono mai a prendere quel potere, cui pure secondo i loro seguaci avrebbero avuto diritto, è una religione di sconfitti che sognano la rivincita». Bisognerebbe comprendere che quelle che a noi possono apparire solo storie antiche informano ancora oggi l’ideologia politico-religiosa della classe dirigente iraniana, e anche di molta parte del popolo persiano. La possibilità della sconfitta ? e anche dell’annientamento totale ? è ampiamente contemplata, ma ciò non implica l’abbandono della lotta. Una lotta senza speranza, (che trova il suo compenso in una dimensione ultraterrena), ma che proprio per questo può divenire senza quartiere. Sarebbe il caso di fermarsi, finché si è ancora in tempo.