Attacco di Israele all’Iran, ecco perché i pasdaran hanno sottovalutato l’allarme
di Enrico FranceschiniUna domanda che si fanno in molti, sul primo atto di questa guerra tra Israele e Iran, è come sia stato possibile che i massimi leader militari e dei servizi di sicurezza iraniani, pur sapendo benissimo di essere i potenziali bersagli designati di un attacco israeliano, non avessero preso le precauzioni necessarie, finendo tutti uccisi nel devastante raid che ha decapitato in un colpo solo i vertici di Teheran.
Una parte della risposta sta nell'abilità del Mossad, lo spionaggio di Gerusalemme, il cui motto non per niente è "facciamo l'impossibile": un'abilità che in Iran è facilitata dall'ampio dissenso interno al regime degli ayatollah, offrendo agli agenti israeliani innumerevoli opportunità di reclutare informatori. "Basta guardare la serie 'Teheran' per capire fino a che punto il Mossad si è infiltrato nel potere iraniano", scrive oggi sul New York Times il columnist due volte premio Pulitzer Thomas Friedman, grande conoscitore del Medio Oriente e dei suoi segreti, riferendos…
Una domanda che si fanno in molti, sul primo atto di questa guerra tra Israele e Iran, è come sia stato possibile che i massimi leader militari e dei servizi di sicurezza iraniani, pur sapendo benissimo di essere i potenziali bersagli designati di un attacco israeliano, non avessero preso le precauzioni necessarie, finendo tutti uccisi nel devastante raid che ha decapitato in un colpo solo i vertici di Teheran.
Una parte della risposta sta nell'abilità del Mossad, lo spionaggio di Gerusalemme, il cui motto non per niente è "facciamo l'impossibile": un'abilità che in Iran è facilitata dall'ampio dissenso interno al regime degli ayatollah, offrendo agli agenti israeliani innumerevoli opportunità di reclutare informatori. "Basta guardare la serie 'Teheran' per capire fino a che punto il Mossad si è infiltrato nel potere iraniano", scrive oggi sul New York Times il columnist due volte premio Pulitzer Thomas Friedman, grande conoscitore del Medio Oriente e dei suoi segreti, riferendosi allo show di Netflix di qualche anno fa nel quale le spie di Israele non solo erano presenti sul campo in Iran ma avevano reclutato uno dei capi dell'apparato di sicurezza iraniano come informatore.
Del resto l'eliminazione lo scorso anno del leader supremo di Hamas, Ismail Haniyeh, mentre si trovava all'interno della base delle Guardie della Rivoluzione, il servizio segreto iraniano, è stato possibile solo grazie alla complicità degli agenti di Teheran.
Ma il quotidiano newyorchese indica oggi anche un'altra ragione per spiegare l'uccisione dei capi delle Guardie della Rivoluzione, dei reparti Al Quds e dello stato maggiore delle forze armate nell'attacco di due giorni fa: "L'enorme errore di calcolo" commesso dalla leadership iraniana. Citando mezza dozzina di alti ufficiali militari iraniani e due membri delle Guardie della Rivoluzione fra le sue fonti, tutti dietro lo schermo dell'anonimato per non rivelare che parlano con un giornale del "Grande Satana", come l'Iran chiama l'America (a dimostrazione che non solo il Mossad ma pure i media americani hanno contatti segreti con i vertici di Teheran - anche questa una prova del vasto dissenso rispetto alla linea ufficiale degli ayatollah), il New York Times scrive che da almeno una settimana i leader iraniani ritenevano possibile o probabile un attacco israeliano. Ma non prevedevano che Israele attaccasse prima del nuovo round di negoziati sul programma nucleare, previsto per questa domenica fra Teheran e Washington.
Erano infatti convinti, dicono le fonti anonime iraniane, che le voci secondo cui un attacco sarebbe stato imminente fossero propaganda israeliana, verosimilmente concordata con gli Stati Uniti, per fare pressioni sul'Iran affinché facesse concessioni agli Usa nella nuova sessione di trattative sul nucleare. Per questo i generali iraniani hanno ignorato la prudenza che avrebbe potuto salvare loro la vita. La notte dell'attacco, molti di loro non si sono rifugiati nelle "case sicure" e nei bunker speciali messi a disposizione dal regime, scegliendo invece di restare nelle proprie abitazioni. Con il senno di poi, conclude il New York Times, "una decisione fatale".