Netanyahu sfida i nemici parlando agli scontenti: “Liberatevi dal regime”
di Francesca CaferriLeggendo la lunga biografia che qualche anno fa Anshel Pfeffer, firma di punta di Haaretz, ha dedicato a Benjamin Netanyahu, una cosa resta in mente: il primo ministro più longevo della Storia di Israele, e che come il gigante Cromo nella mitologia greca divora i suoi figli più che i suoi nemici, per non perdere il potere, è – prima di tutto – un underdog. Uno di quelli che nella vita partono sfavoriti, perché non appartiene a famiglie importanti o a gruppi di potere, ma che anche per questo nel tempo tira fuori unghie, armi e determinazione fuori dal comune. Così è Benjamin Netanyahu, 75 anni, l’uomo che da tre decenni il mondo chiama Bibi, il cui destino si è talmente intrecciato con quello di Israele da diventarne sinonimo.
Lo aveva già dimostrato in passato, eliminando i rivali uno dopo l’altro e riconquistando il potere quando (due volte in 30 anni) lo aveva perso. E soprattutto mantenendolo, in una serie di pareggi elettorali che in qualche modo è sempre riuscito a trasform…
Leggendo la lunga biografia che qualche anno fa Anshel Pfeffer, firma di punta di Haaretz, ha dedicato a Benjamin Netanyahu, una cosa resta in mente: il primo ministro più longevo della Storia di Israele, e che come il gigante Cromo nella mitologia greca divora i suoi figli più che i suoi nemici, per non perdere il potere, è – prima di tutto – un underdog. Uno di quelli che nella vita partono sfavoriti, perché non appartiene a famiglie importanti o a gruppi di potere, ma che anche per questo nel tempo tira fuori unghie, armi e determinazione fuori dal comune. Così è Benjamin Netanyahu, 75 anni, l’uomo che da tre decenni il mondo chiama Bibi, il cui destino si è talmente intrecciato con quello di Israele da diventarne sinonimo.
Lo aveva già dimostrato in passato, eliminando i rivali uno dopo l’altro e riconquistando il potere quando (due volte in 30 anni) lo aveva perso. E soprattutto mantenendolo, in una serie di pareggi elettorali che in qualche modo è sempre riuscito a trasformare in vittorie. Ma il suo capolavoro politico è stato senza dubbio il post-7 ottobre. In quei giorni convulsi, con i cadaveri per le strade, la conta delle vittime che pareva non finire mai, la rabbia contro il primo ministro era palpabile in Israele: nessuno, fra i commentatori, i giornalisti e all’interno del suo stesso partito, il Likud, pensava che avrebbe potuto sopravvivere.
Così non è stato: dismesse giacca e cravatta per una camicia nera da guerra, Netanyahu si è messo alla testa di una nazione ferita e furiosa, invocando la necessità della vendetta per rimandare ogni domanda sulle responsabilità del peggiore attacco subito da Israele nella sua Storia. In questa maniera è andato avanti: davanti agli occhi del Paese sono sfilati i volti contriti dei vertici militari e civili, che si sono dimessi uno dopo l’altro. Tutti, tranne il suo.
Il primo ministro ha chiesto scusa a mezza bocca poi è andato avanti, come nulla fosse, coperto dal manto di difensore supremo di Israele. Grazie ad esso ha sfidato Biden, che pretendeva che allentasse l’assedio su Gaza, atteso l’arrivo di Trump e si è svincolato anche da lui quando (era aprile) gli ha detto che l’America non avrebbe appoggiato i suoi piani di attacco all’Iran.
Così arriviamo ad oggi: in Israele non è stata ancora istituita una commissione di inchiesta ufficiale su quello che è accaduto prima e durante il 7 ottobre, la guerra a Gaza va avanti nonostante il fallimento della strategia ufficiale – “liberare gli ostaggi ed eliminare Hamas” – e la condanna del mondo, e Netanyahu parla da leader non solo del suo Paese, ma della regione. «Popolo dell’Iran, la nostra guerra non è contro di voi. È tempo che vi solleviate e vi ribelliate al regime che vi ha oppresso per 50 anni», ha detto ieri in un messaggio rivolto ai cittadini della nazione appena attaccata.
Funzionerà? In Israele, senza dubbio sì. Divorati uno dopo l’altro quelli che lo hanno sfidato in questi mesi – dall’ex ministro della Difesa Yoav Gallant al leader centrista Benny Gantz - se si votasse oggi secondo i sondaggi il primo ministro non vincerebbe facilmente, ma sarebbe comunque più forte di ognuno loro. Unica eccezione, Naftali Bennett, ex premier, rappresentante dei coloni che ha avuto negli anni posizioni più a destra di quelle di lui e – memore di Crono – non ha ancora ufficializzato il suo ritorno in politica: 27 i seggi che conquisterebbe il suo (ipotetico) partito, rispetto ai 24 del Likud. In discesa rispetto a una settimana fa, quando erano 29: segno che l’attacco all’Iran sta ricompattando il suo elettorato tradizionale intorno a Bibi.
«Netanyahu non è Israele», sostenevano pochi giorni fa 160 intellettuali israeliani in una lettera aperta rilanciata dai (pochi) media progressisti e derisa da tutti gli altri. Forse, con il tempo, riusciranno a dimostrare di avere ragione loro: ma, piaccia o non piaccia, gli ultimi 20 mesi finora hanno raccontato un’altra storia.