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Fortuna, resistenza e posizione: sei incredibili storie di superstiti di disastri aerei

Vishwash Kumar Ramesh, unico sopravvissuto nel disastro aereo del volo Air India 171, raggiunto in ospedale ad Ahmedabad dal primo ministro indiano Narendra Modi (afp)

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Il caso del britannico Vishwash Kumar Radesh nell’ultimo incidente in India, dove sono morti tutti gli altri 241 a bordo, non è il solo. Altri precedenti di singoli sopravvissuti hanno stupito il mondo in passato: da un’assistente di volo caduta per 10mila metri a una bambina ritrovata viva nell’Oceano Indiano
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LONDRA – Alcuni li chiamano miracoli. Altri, casi incredibilmente fortunati. Altri ancora, eventi inspiegabili. Ce ne sono stati diversi nella storia: ossia un passeggero a bordo, solo uno, che riesce a salvarsi in un disastro aereo. L’ultimo in ordine di tempo è stato Vishwash Kumar Radesh, unico superstite del drammatico incidente di giovedì 12 giugno ad Ahmedabad, in India, dove sono decedute tutte le altre 241 persone a bordo, più altre decine nell’area residenziale dove si è schiantato il Boeing 787. “Non so nemmeno io come ho fatto”, ha dichiarato il 38enne britannico ai reporter locali. Le autorità pensano che abbia aperto all’ultimo momento il portellone e che in qualche modo si sia buttato dall’aereo mentre precipitava, come dimostrerebbe un video inedito di ieri. In ogni caso, sopravvivere a cadute da grandi altezze o a gravi incidenti aerei è estremamente raro. Ma ci sono fattori fisici, ambientali e casuali che, in rarissime combinazioni, possono rendere possibile l’imposs…

LONDRA – Alcuni li chiamano miracoli. Altri, casi incredibilmente fortunati. Altri ancora, eventi inspiegabili. Ce ne sono stati diversi nella storia: ossia un passeggero a bordo, solo uno, che riesce a salvarsi in un disastro aereo. L’ultimo in ordine di tempo è stato Vishwash Kumar Radesh, unico superstite del drammatico incidente di giovedì 12 giugno ad Ahmedabad, in India, dove sono decedute tutte le altre 241 persone a bordo, più altre decine nell’area residenziale dove si è schiantato il Boeing 787. “Non so nemmeno io come ho fatto”, ha dichiarato il 38enne britannico ai reporter locali. Le autorità pensano che abbia aperto all’ultimo momento il portellone e che in qualche modo si sia buttato dall’aereo mentre precipitava, come dimostrerebbe un video inedito di ieri. In ogni caso, sopravvivere a cadute da grandi altezze o a gravi incidenti aerei è estremamente raro. Ma ci sono fattori fisici, ambientali e casuali che, in rarissime combinazioni, possono rendere possibile l’impossibile. Come avvenuto per altri singoli superstiti nel corso della storia, fortunati e coraggiosi come Radesh. Ecco alcuni casi occorsi nei decenni scorsi.

Juliane Koepcke

Qualcuno l’ha ribattezza la ragazza che cadde del cielo, e persino Werner Herzog le ha dedicato un documentario: “Wings of hope”, Ali di Libertà. È la Vigilia di Natale del 1971 e il volo 508 della compagnia aerea peruviana Lansa (Lineas Aéreas Nacionales Sociedad Anonima) parte poco prima di mezzogiorno dall’aeroporto Jorge Chavez di Lima, in Perù, con destinazione Iquitos e con tappa intermedia Pucallpa. Il meteo è pessimo, ma il Lockheed Electra parte lo stesso. Presto, però, a circa 6500 metri di altitudine, viene colpito da un fulmine, mentre sorvola la foresta amazzonica. L’aereo si spezza in volo. Tutti gli altri 85 passeggeri e 6 membri dell’equipaggio muoiono sul colpo. Ma non Juliane Koepcke, una donna tedesco-peruviana, all’epoca 17enne.

Come fa Juliane a salvarsi? Si è ipotizzato che la donna e il sedile a cui era legata si siano staccati dall’aereo a quota 3mila metri. Probabilmente la folta vegetazione, e forse un movimento rotatorio del sedile, rallentano la caduta. Koepcke si frattura la clavicola, subisce ferite alle gambe e al volto, ma atterra nella fittissima foresta amazzonica, ancora viva. Nella giungla, ferita, con solo un pacchetto di caramelle e senza scarpe, la 17enne segue un ruscello: a scuola aveva imparato che i corsi d’acqua portano verso la civiltà e i genitori scienziati l’avevano istruita a sopravvivere in condizioni estreme. Dopo 11 giorni tra serpenti, insetti e altre bestie, viene trovata da tre boscaioli locali. Oggi Koepcke è una mammologa (biologa specializzata nello studio dei mammiferi), esperta di pipistrelli e ha raccontato la sua storia nel libro “Quando cadevo dal cielo”.

Vesna Vulovic

Assistente di volto serba, è diventata un’icona nell’ex Jugoslavia ed è stata inserita nel Guinness dei Primati per la “caduta più alta sopravvissuta senza paracadute”, record che detiene ancora oggi. Vesna ha sempre negato che si trattasse di un miracolo: “Sono stata semplicemente fortunata”. Fatto sta che il 26 gennaio 1972, Vulovic, allora 22enne, è una stewart sul volo JAT 367 della compagnia di bandiera jugoslava e parte da Stoccolma in direzione Belgrado, con scalo a Copenaghen.

Ma l’aereo esplode mentre sorvola la Germania Est. All’epoca vengono accusati i nazionalisti croati – non nuovi ad azioni simili – ma i mandanti della bomba esplosa in una valigetta non sono mai stati accertati. Tanto che il disastro ha anche dato adito a varie teorie del complotto, come un presunto abbattimento. Tuttavia, Vulovic sarà l’unica sopravvissuta tra le 28 persone a bordo, dopo che l’intero velivolo si disintegra a oltre 10mila metri di quota.

Vesna sopravvive a un simile volo senza paracadute. Viene trovata intrappolata nelle campagne della Cecoslovacchia da Bruno Honke, ex medico dell'esercito. La donna è incastrata una sezione della fusoliera atterrata su un pendio innevato e coperto di alberi, assorbendo parte dell’impatto. Vulovic ha fratture multiple, tra cui alla colonna vertebrale e al cranio. Rimane in coma per giorni. Ma sopravvive. Dopo l’incidente, Vesna diviene un’attivista per la pace. Muore nel 2016.

Bahia Bakari

Francese, detta anche la miraculée o la “ragazzina che galleggiò nell’oceano”, è l’unica sopravvissuta (su 153 a bordo, di cui 11 membri dell’equipaggio) del disastro del volo Yemenia 626, il 30 giugno 2009, con partenza dalla capitale yemenita Sana’a e destinazione Moroni, capitale delle Comore.

All’epoca, Bahia ha 12 anni. Ma durante l’avvicinamento notturno all’aeroporto internazionale Prince Said Ibrahim, l’Airbus A310-324 perde quota, probabilmente per un errore umano dei piloti che provocano uno stallo aerodinamico, e si schianta nell’Oceano Indiano. L’aereo si spezza, i rottami si disperdono nel mare e Bahia viene proiettata fuori dalla fusoliera. Sua madre muore nello schianto.

Bahia, invece, resiste all’incidente. Sa nuotare a malapena, e non ha neanche un giubbotto di salvataggio. Ma si aggrappa a un pezzo di fusoliera galleggiante. Passa più di 9 ore da sola nell’oceano, ferita, disidratata e al buio. Fino a quando non viene avvistata da un pescatore locale, che inizialmente l’aveva confusa per un relitto. Viene salvata e ricoverata in ospedale, con fratture e ferite, ma viva. Bakari ha poi raccontato la sua esperienza nel libro “Moi Bahia, la miraculée”.

Erika Delgado

È l’11 gennaio 1995 e il volo partito dall’El Dorado International Airport di Bogotá, e diretto a Cartagena e San Andrés, si schianta in fase di atterraggio. Erika Delgado sopravvive, mentre muoiono tutti gli altri 50 a bordo, inclusi i genitori e il fratellino. La bambina viene lanciata fuori dal relitto e trovata viva e cosciente da soccorritori il giorno dopo, nell’area paludosa intorno.

Cecelia Cichan

La mattina del 16 agosto 1987, il volo 255 della Northwest Airlines parte da Detroit con destinazione Santa Ana, California. Ma il McDonnell Douglas MD-82 si schianta alle 8.46 locali, poco dopo il decollo. Probabilmente, i flap sulle ali e gli slat (sul bordo di attacco delle ali stesse) non vennero estesi correttamente dai piloti. Insomma, potrebbe esser stato un errore di configurazione al decollo, una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti che indagano sulle cause del disastro dell’Air India di due giorni fa. Fatto sta che, poco dopo il distacco da terra, l’aereo perde portanza e precipita su un'autostrada, prendendo fuoco.

Muoiono tutte le 155 persone a bordo (di cui 148 passeggeri). Ma non Cecelia Cichan, di Tempe (Arizona), che all’epoca ha 4 anni e viene presto ribattezzata come “la bambina miracolo di Detroit”. La piccola si salva grazie a una serie di combinazioni che la tengono in una posizione protetta. Viene trovata viva tra i rottami, ancora legata al suo sedile, protetta parzialmente dal corpo della madre e dalla struttura del velivolo, con ustioni, fratture a una gamba e alla clavicola.

Nell’incidente periscono la madre, il padre e il fratellino di Cecelia - erano andati tutti a trovare dei familiari. La bambina sarà poi adottata da alcuni parenti e tenuta lontana dai riflettori per decenni, senza mai parlare pubblicamente dell’incidente. Nel 2013, Cichan. appare nel documentario “Sole Survivor”, dove dichiara: “Il fatto che io sia viva è qualcosa che porto con me ogni giorno.” Oggi è sposata e resta una persona molto discreta e privata. Ha tatuato un piccolo aereo sul polso in memoria della tragedia.

Alexander Sizov

È l’unico superstite di una tragedia dell’hockey russo. È il 7 settembre 2011 e il volo Yak-Service Flight 9633 parte da Yaroslavl, in Russia. Sta trasportando la squadra di hockey Lokomotiv Yaroslavl per la prima partita della stagione: 45 persone a bordo. Ma poco dopo il decollo, l’aereo perde potenza e si schianta vicino al Volga, esplodendo all’impatto.

Alexander, tecnico di volo 52enne, è l’unico a sopravvivere, grazie alla sua posizione nel velivolo, la meno direttamente colpita nell’impatto. Viene estratto dai rottami in fiamme, con ustioni gravi e fratture multiple e passa mesi in riabilitazione. Mentre tutti gli altri a bordo, inclusi giocatori, staff e l’equipaggio, muoiono.

Come Cichan, da allora Sizov ha tenuto un profilo privato e ha parlato pubblicamente solo poche volte. L’incidente ebbe un impatto enorme in Russia, dove venne proclamato il lutto nazionale. Sizov è diventato simbolo di memoria e resilienza nel Paese.

I fattori di un “miracolo”

Insomma, molto spesso per salvarsi in simili incidenti aerei c’entrano un’enorme fortuna, resistenza, tenacia, incredibile resilienza e molti altri fattori. Ci sono per esempio quelli fisici che riducono l’impatto. Come un rallentamento della caduta grazie alla vegetazione fitta (vedi il caso di Juliane Koepcke), neve o terreni morbidi che riducono la forza dell’impatto, come nel caso di Vesna Vulovic. Anche un’eventuale rotazione del sedile può agire come freno naturale.

Anche un’improvvisata protezione strutturale a volte può rivelarsi vitale, come per esempio se si rimane incastrati in una sezione protetta della fusoliera, che può attutire l’urto o proteggere da fiamme e detriti. Inoltre, la posizione del proprio sedile nell’aereo può anche giocare un ruolo: per conformazione, i posti vicino alle ali o in fondo sono statisticamente più sicuri.

Inoltre, essere rilassati durante la caduta può paradossalmente ridurre i danni fisici. I bambini, per esempio, spesso hanno corpi più elastici e resistenti ai traumi da impatto. Mentre una posizione fetale o seduta, come viene sempre raccomandato in caso di emergenza dagli assistenti di volo sugli aerei in partenza (anche se molto spesso siamo distratti dal cellulare o da altro), può distribuire meglio la forza d’impatto.

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