Khamenei, segreti e pugno di ferro: così l’erede di Khomeini tiene il potere da 30 anni in Iran
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV – Si dice che collezioni pipe, che abbia accumulato una fortuna con le fondazioni religiose dietro il paravento di una vita umile. Che conservi ancora l’antica passione per la letteratura. Storie di popolo, pettegolezzi e qualche verità, ma dopo più di 30 anni di potere assoluto, nessuno sa davvero chi sia Ali Khamenei, quali i suoi interessi, la famiglia, le abitudini. La segretezza è la sua forza, la fonte del suo carisma, almeno agli occhi dei suoi seguaci, e l’ha costruita con un apparato di intelligence che ha orecchie e occhi puntati su tutti gli iraniani, plasma funzionari fedeli e silenzia gli oppositori. Sorveglia e punisce.
Nato nel 1939 a Mashaad, città santa per gli sciiti, secondo di otto figli, cresce in una famiglia povera e devota, con la madre, Khadijeh Mirdamadi, che radunava i ragazzi intorno a sé per leggere il Corano. Negli anni Cinquanta frequenta le scuole religiose di Qom e viene in contatto con i teorici più influenti dell’islam politico, l’ayato…
TEL AVIV – Si dice che collezioni pipe, che abbia accumulato una fortuna con le fondazioni religiose dietro il paravento di una vita umile. Che conservi ancora l’antica passione per la letteratura. Storie di popolo, pettegolezzi e qualche verità, ma dopo più di 30 anni di potere assoluto, nessuno sa davvero chi sia Ali Khamenei, quali i suoi interessi, la famiglia, le abitudini. La segretezza è la sua forza, la fonte del suo carisma, almeno agli occhi dei suoi seguaci, e l’ha costruita con un apparato di intelligence che ha orecchie e occhi puntati su tutti gli iraniani, plasma funzionari fedeli e silenzia gli oppositori. Sorveglia e punisce.
Nato nel 1939 a Mashaad, città santa per gli sciiti, secondo di otto figli, cresce in una famiglia povera e devota, con la madre, Khadijeh Mirdamadi, che radunava i ragazzi intorno a sé per leggere il Corano. Negli anni Cinquanta frequenta le scuole religiose di Qom e viene in contatto con i teorici più influenti dell’islam politico, l’ayatollah Borudjerdi, l’ayatollah Khomeini e Navvab Safavi, un chierico sciita che puntava alla creazione di un governo islamico. Erano gli anni in cui in Egitto conquistavano consenso le tesi di Sayyed Qutb, il padre dei Fratelli Musulmani, un giovane introverso che gli studi in America, vissuti in isolamento dal consesso sociale, avevano convinto della decadenza e della corruzione dell’Occidente. Khamenei ne traduce i libri e il pensiero, e quando l’Iran inizia a sollevarsi contro lo Scià, cercando libertà dall’autoritarismo laico, si unisce alle proteste, finisce in prigione, poi in un esilio nel 1977 che dura poco. La rivoluzione islamica di Khomeini nel 1978 segna l’inizio della sua scalata al potere.
L’allievo diventa maestro: la sua concezione integralista dell’Islam, unita a una cultura profondamente anti-occidentale, ne fanno uno dei pilastri della rivoluzione islamica. Khomeini gli assegna incarichi prestigiosi: membro del consiglio rivoluzionario, imam del venerdì a Teheran, ministro della Difesa. Guida l’Iran da presidente durante la guerra con l’Iraq, chiusa dall’ayatollah Khomeini con la famosa formula: «Bere l’amaro calice della tregua». Nei primi anni del conflitto un attentato gli toglie mobilità alla mano destra e nel 1989, dopo la morte di Khomeini, diventa rahbar, Guida suprema, nonostante non possegga il titolo di ayatollah per accedere alla carica. Ma ci riesce grazie all’amico Rafsanjani - poi messo a margine del sistema insieme a molti altri riformisti - potendo così realizzare il suo progetto: un governo islamico dove la sovranità appartiene a Dio, e la politica è solo una parte della religione.
Eletto a vita, è comandante delle forze armate, controlla gli apparati di sicurezza, le fondazioni religiose, nomina il capo della magistratura e della tv nazionale. Sotto il suo potere i pasdaran, i guardiani della rivoluzione, diventano più influenti dell’esercito regolare, un apparato che controlla anche larga parte dell’economia.
Quando, a più ondate, il popolo si ribella, Khamenei usa la forza per reprimere il dissenso. Succede con l’Onda verde del 2009 che protesta contro la rielezione fraudolenta del conservatore Ahmadinejad. Nel 2019 quando – con riformisti al potere – le periferie suburbane si rivoltano contro l’aumento dei prezzi del petrolio. Nel 2022, quando un’intera generazione scende in piazza per chiedere democrazia e diritti civili, libertà politiche e di scelta individuale, con il movimento Donna, vita, libertà. «Nemici esterni» che fomentano il disordine, sentenzia il rahbar: accusa rivolta a ogni protesta popolare.
Ma è quello il momento in cui forse per la prima volta la Guida sente la fragilità della sua Repubblica fondata sull’Islam. In piazza scende un popolo giovane, colto, connesso, creativo, che sfida gli ayatollah con una schiettezza mai vista prima. E riesce, a costo di sacrifici personali altissimi, a conquistare il sostegno silenzioso anche di una parte dei conservatori e dei moderati.
Dopo il 7 ottobre, Khamenei vede sgretolarsi anche la rete di alleati e milizie regionali costruita per contrastare il nemico di sempre, Israele. È la sua ora più buia, ma in tre decenni di potere assoluto il rahbar ha dimostrato di sapersi divincolare dalle trappole della storia.