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La società civile resta cauta sugli ayatollah: “Libertà non con le bombe”

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Per gli oppositori “Netanyahu come Khamenei uccide il popolo”. Virale il post di una scrittrice: “La liberazione non passa dalla guerra”
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TEL AVIV – Tra la libertà e la patria, Amir sta con la sua gente. Ha passato una vita a opporsi alla Repubblica Islamica, con la tecnologia: è uno di quelli che insegna agli iraniani come fregare la censura. Parliamo che è sera, piovono bombe dalla finestra di casa sua, a Teheran. «Quello che Netanyahu sta facendo agli iraniani non è molto diverso da quello che Khamenei ci fa da sempre», dice. Non ci sono rifugi nel quartiere, né allarmi sofisticati né scudi supersonici. Sua sorella è scampata a due bombardamenti, uno era «nella zona del Parlamento», aveva la bambina in macchina e la connessione non prendeva. «Non puoi costruire un Paese, una democrazia, su ciò che resta dopo la distruzione, col sangue della mia gente. Qualcuno nell’opposizione all’estero si immagina di entrare a palazzo sugli F-15 di Netanyahu, ma non nel mio nome».

Le bombe israeliane piovono sui siti nucleari e le basi missilistiche, ma anche sui ministeri, le infrastrutture, gli abitati civili. Una ha colpito…

TEL AVIV – Tra la libertà e la patria, Amir sta con la sua gente. Ha passato una vita a opporsi alla Repubblica Islamica, con la tecnologia: è uno di quelli che insegna agli iraniani come fregare la censura. Parliamo che è sera, piovono bombe dalla finestra di casa sua, a Teheran. «Quello che Netanyahu sta facendo agli iraniani non è molto diverso da quello che Khamenei ci fa da sempre», dice. Non ci sono rifugi nel quartiere, né allarmi sofisticati né scudi supersonici. Sua sorella è scampata a due bombardamenti, uno era «nella zona del Parlamento», aveva la bambina in macchina e la connessione non prendeva. «Non puoi costruire un Paese, una democrazia, su ciò che resta dopo la distruzione, col sangue della mia gente. Qualcuno nell’opposizione all’estero si immagina di entrare a palazzo sugli F-15 di Netanyahu, ma non nel mio nome».

Le bombe israeliane piovono sui siti nucleari e le basi missilistiche, ma anche sui ministeri, le infrastrutture, gli abitati civili. Una ha colpito anche Tajrish, a nord, la zona ricca e liberal della capitale. Najme la conosce bene, ci sono molte gallerie da quelle parti. Lei vive un po’ più a sud, a Enghelab, “Via della rivoluzione”. Da due anni non indossa più il velo, una nuova normalità che le ragazze di Teheran hanno ottenuto col sangue e col coraggio. E adesso? «Adesso leggo questi post degli analisti che parlano di regime change, come fosse uno spettacolo teatrale. Non volevamo e non vogliamo una rivoluzione sanguinosa ma una trasformazione pacifica che per forza deve essere graduale, e invece tutto quello che sta succedendo è spaventoso».

La guerra mobilita nella carne, ma non nelle ideologie. La Teheran dissidente che si è battuta per le strade contro la teocrazia sembra far quadrato intorno alla bandiera. Non tutti, non ovunque. Azadeh, così piccina che quando tremano i vetri per le esplosioni fa un balzo indietro e quasi cade, ha 20 anni e ce l’ha col mondo. «Ero già in un periodo di merda, non trovavo lavoro, io e i miei amici siamo senza soldi, usciremo a pezzi da questa guerra, che almeno ci liberino da Khamenei», sbotta.

Il nord curdo tace e osserva, come le province arabe del sud-est dove più violente e massicce sono state negli anni proteste e manifestazioni. È l’Iran delle minoranze vessate che cova un sentimento violento di rivalsa. Lì gli apparati del regime temono colpi di mano traditori. Come al loro interno, anche se mai lo ammetteranno. «C’è chi vede questo conflitto come uno spiraglio di speranza per porre fine a un regime dispotico, ma la maggior parte vuole proteggere l’Iran, la sua sovranità e civiltà, a prescindere se sia o no contro il regime», dice Saleh, che a Teheran fa il professore. Anche le immagini della distruzione dei siti nucleari provocano un moto di indignazione, perché significano tecnologia, capitale umano andato in fumo. «Ci vogliono sottosviluppati, come hanno ridotto molti Paesi di questa regione», si infiamma Mahshid, che è di Isfahan, pure lei anti-regime. «Forse dovremmo davvero costruire l’atomica così non ci attaccheranno più».

Sul quotidiano Hammihan, di area riformista, Sadegh Zibakalam, il professore dissidente più famoso del Paese, che nessun arresto è riuscito a silenziare, firma un editoriale che suona come una chiamata: «Non importa quanto siamo in disaccordo, quanto protestiamo e quanto critichiamo, non possiamo comprendere chi difende l’aggressore. Ora che il Paese è sotto attacco non possiamo rimanere in silenzio».

In queste ore è diventato virale il post di una scrittrice riparata all’estero, Sahar Delijani: «Sono nata in una prigione iraniana. I miei genitori stavano nelle loro celle. I miei zii giacciono nelle loro fosse comuni. Non c’è nulla di quello che mi potete dire sui crimini del regime che non abbia vissuto nel sangue e nelle ossa. Questo non significa che voglio che la mia gente venga bombardata, mutilata, uccisa, le loro case distrutte. Se la vostra idea di liberazione passa solo attraverso la distruzione di vite innocenti, allora non è la libertà che state cercando».

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