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Le città israeliane martellate dal supermissile “Soleimani”. Netanyahu giura vendetta

(ansa)

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Il premier smentisce il divieto della Casa Bianca di uccidere Khamenei. “La lista degli obiettivi ancora lunga”. Intanto nel Paese si contano i danni
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ISTANBUL – Davanti allo scheletro del palazzo residenziale abbattuto nella notte a Bat Yam, cittadina costiera a 12 chilometri da Tel Aviv, il premier israeliano Benjamin Netanyhau stringe il pugno a favor di telecamera e promette: «L’Iran pagherà un prezzo molto alto per l’omicidio premeditato di civili, donne e bambini». Alle sue spalle, soccorritori in divisa arancione si muovono frenetici. Le vittime accertate sono sette, compresi due bambini di 8 e 10 anni e un diciottenne. Ma all’appello mancano tre persone che, dopo tante ore, difficilmente saranno ancora vive. Col premier c’è il ministro della Difesa, l’ultrà di destra Israel Katz. Anche lui tuona: «Se il dittatore Khamenei pensa che questo attacco criminale ci metterà in ginocchio, sbaglia. Siamo forti».

Intanto però Bat Yam, 100mila abitanti, è il luogo più devastato dalla lunga notte di attacchi missilistici: 61 edifici sono danneggiati, fa sapere il sindaco. Anche perché qui, quasi certamente è caduto un missile balis…

ISTANBUL – Davanti allo scheletro del palazzo residenziale abbattuto nella notte a Bat Yam, cittadina costiera a 12 chilometri da Tel Aviv, il premier israeliano Benjamin Netanyhau stringe il pugno a favor di telecamera e promette: «L’Iran pagherà un prezzo molto alto per l’omicidio premeditato di civili, donne e bambini». Alle sue spalle, soccorritori in divisa arancione si muovono frenetici. Le vittime accertate sono sette, compresi due bambini di 8 e 10 anni e un diciottenne. Ma all’appello mancano tre persone che, dopo tante ore, difficilmente saranno ancora vive. Col premier c’è il ministro della Difesa, l’ultrà di destra Israel Katz. Anche lui tuona: «Se il dittatore Khamenei pensa che questo attacco criminale ci metterà in ginocchio, sbaglia. Siamo forti».

Intanto però Bat Yam, 100mila abitanti, è il luogo più devastato dalla lunga notte di attacchi missilistici: 61 edifici sono danneggiati, fa sapere il sindaco. Anche perché qui, quasi certamente è caduto un missile balistico a medio raggio “Haj Qasem”, razzo che prende il nome dal generale iraniano Qasem Soleimani ucciso nel 2020 a Baghdad per ordine di Donald Trump. L’ultima versione dell’arma, presentata a maggio da Teheran, ha infatti una gittata di 1200 chilometri e può bypassare i sistemi di difesa missilistica e altri sistemi di intercettazione usati dall’Idf.

Pure il presidente Isaac Herzog ha visitato la cittadina in macerie, e parlato di «momento cruciale della nostra storia. Mostriamo la resilienza emotiva e mentale che abbiamo». Poi, ha fatto la triste conta dei morti: «Negli ultimi due giorni, 13 israeliani di varie età sono stati uccisi: bambini, adulti, anziani e immigrati. I missili non distinguono tra ebrei, musulmani e cristiani». Sì, perché a Tamra, città araba a est di Haifa, sono morte quattro donne di una stessa famiglia arabo-israeliana. A dirla tutta, qualcuno nel Paese ha festeggiato per la caduta del missile sul villaggio arabo. Per fortuna i politici locali hanno condannato quelle scene, definendole «vergognose».

I morti «erano in conto» ha detto il ministro degli Esteri Gideon Saar: «Quando abbiamo preso questa decisione difficile, sapevamo che avremmo affrontato vittime, ma non avevamo altra scelta».

Domenica le sirene hanno suonato ben quattro volte: due durante la notte che la popolazione di gran parte del centro di Israele, da Ashdod a Gerusalemme ha trascorso nei rifugi. Poi l’allarme è scattato ancora, insolitamente col sole, alle tre del pomeriggio. Quando un missile ha colpito pure il Weizmann Institute di Rehovot, uno dei centri scientifici più importanti di Israele che non è solo una struttura accademica ma si occupa di ricerca e tecnologia avanzata e fa parte dell’infrastruttura di sicurezza nazionale con un ruolo di supporto all’esercito. L’attacco pomeridiano non ha però provocato vittime: «I missili non sono andati a segno» ha confermato l’Idf. Se non fosse che le sirene hanno suonato pure alle nove di sera: forti esplosioni sono state avvertite in tutto il Paese e ci sono stati quattro feriti lievi.

(afp)

«Dietro le quinte stanno emergendo iniziative di mediazione» ha sussurrato un funzionario del gabinetto di sicurezza israeliano ai media locali. «Ma al momento non esistono proposte concrete per il cessate il fuoco». Infatti lo stato d’emergenza sul territorio è stato prolungato fino al 30 giugno e lo spazio aereo resterà chiuso almeno fino al 22.

In serata Netanyahu ha parlato di nuovo. Prima ringraziando «i nostri fantastici piloti che sorvolano i cieli roventi di Teheran». Poi auspicando «un cambio di regime in Iran come risultato di questa guerra. Gli ayatollah sono deboli. E noi siamo determinati a portare a termine la missione di eliminare la doppia minaccia — missilistica e nucleare — dalla Repubblica Islamica». Smentendo pure la notizia circolata nel pomeriggio che il presidente americano Donald Trump avrebbe posto il veto all’assassinio della Guida Suprema Khamenei. Al Washington Post un leader militare israeliano ha confermato che «la lista dei target è ancora lunga» senza però specificare quanto.

Qualcosa, però, si muove sul piano degli ostaggi a Gaza: intervistato da Fox, Netanyahu ha detto di aver dato due istruzioni per riprendere i negoziati con Hamas.

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