KANANASKIS – Un dilemma. Peggio: un imbarazzo diplomatico, misto a un sentimento di impotenza. Tormenta i leader europei. E inevitabilmente anche Giorgia Meloni alla vigilia del G7 canadese. Nasce tutto dalla benedizione che Donald Trump ha assicurato alla possibile mediazione di Vladimir Putin nel conflitto tra Israele e Iran. Un’idea per certi versi oscena, per le cancellerie continentali che combattono da tre anni l’imperialismo militare di Mosca. «Non penso che la Russia possa mediare», sostiene non a caso il presidente francese Emmanuel Macron rilanciando nuove sanzioni contro il Cremlino. Sono profondi dubbi che anche Roma condivide. La linea che trapela da Palazzo Chigi, dunque espressione del pensiero della premier Meloni, è per questo gelida: «Del tema non si è ancora in nessun modo parlato. La crisi in Medio Oriente sarà al centro dei lavori di domani. Vediamo anche le indicazioni che arrivano dagli Usa. E attendiamo di capire se Trump la riproporrà al vertice». Tradotto: no…
KANANASKIS – Un dilemma. Peggio: un imbarazzo diplomatico, misto a un sentimento di impotenza. Tormenta i leader europei. E inevitabilmente anche Giorgia Meloni alla vigilia del G7 canadese. Nasce tutto dalla benedizione che Donald Trump ha assicurato alla possibile mediazione di Vladimir Putin nel conflitto tra Israele e Iran. Un’idea per certi versi oscena, per le cancellerie continentali che combattono da tre anni l’imperialismo militare di Mosca. «Non penso che la Russia possa mediare», sostiene non a caso il presidente francese Emmanuel Macron rilanciando nuove sanzioni contro il Cremlino. Sono profondi dubbi che anche Roma condivide. La linea che trapela da Palazzo Chigi, dunque espressione del pensiero della premier Meloni, è per questo gelida: «Del tema non si è ancora in nessun modo parlato. La crisi in Medio Oriente sarà al centro dei lavori di domani. Vediamo anche le indicazioni che arrivano dagli Usa. E attendiamo di capire se Trump la riproporrà al vertice». Tradotto: non vogliamo credere a questa opzione, faremo quanto è in nostro potere per scongiurarla. Perché gli effetti sarebbero devastanti. Soprattutto per l’Europa.
È l’angoscia di queste ore, lo specchio di un mondo sottosopra: come reagire a uno schema in cui l’aggressore dell’Ucraina si autoproclama facilitatore della pace altrui, mentre continua a bombardare Kiev? A uno scenario in cui gli Stati Uniti assicurano sostegno alla “candidatura” russa — ieri, almeno, oggi chissà, tutto cambia in fretta a Washington — certificando un drammatico isolamento imposto a Volodymyr Zelensky? Indigeribile, per l’Unione.
Tra le montagne rocciose e gli orsi dell’Alberta il rumore delle bombe in Medio Oriente fa ugualmente paura. Meloni, sbarcata a Kananaskis sabato con la delegazione italiana e la figlia Ginevra (e accolti da alcuni capi indigeni nativi), prepara il G7 mettendo in fila i bilaterali: nella notte italiana incontrerà il tedesco Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer. Sente al telefono l’emiro del Qatar e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Nelle ore successive altri colloqui: con Donald Trump («ci saranno contatti»), Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen, il premier canadese Mark Carney. E forse con lo stesso Zelensky. Ma di Medio Oriente e Ucraina si discuterà già stasera, nella cena dedicata alla geopolitica.
Lo sconvolgimento causato dal nuovo conflitto ha mandato in tilt la presidenza canadese. Gli sherpa esplorano la possibilità di inserire un passaggio dedicato alla crisi tra Teheran e Tel Aviv, ma il problema è sempre il solito: Donald Trump. Lo ammettono anche fonti italiane, «vediamo le indicazioni che arriveranno dagli americani». Certo è che Meloni porterà una posizione italiana che è possibile racchiudere in un paio di punti: ripresa del negoziato e de-escalation. Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il tycoon: appoggia davvero una cessazione immediata delle ostilità? E ancora: sta preparando uno “scambio” tra la causa ucraina e un’intesa sul nucleare iraniano? Dubbi europei, appesi a Trump e alla cronaca del conflitto.
Resta il fatto che Parigi, Berlino, Londra proveranno a evitare questa legittimazione del Presidente russo. Anche la premier italiana è scettica sulla possibilità che la Casa Bianca possa davvero sostenere una mediazione affidata allo Zar: non la considera realistica. Allo stesso tempo, la giudica quantomeno scivolosa. E però, al solito: bisogna prepararsi ad ogni scenario. Meloni si confronterà con gli altri big Ue per costruire una posizione comune. Ma come sempre, ribadirà un obiettivo politico che a suo avviso deve essere dell’Unione: non rompere con la Casa Bianca, sia pure nell’obbligata cornice continentale. «Nessun disallineamento», predicano le fonti italiane, «ci coordineremo tra noi e poi proveremo a farlo con gli americani».
L’imprevedibilità del presidente degli Stati Uniti, però, allarma le cancellerie. E Meloni. Quanto più il conflitto cresce di intensità, tanto più gli europei — e Roma — sono chiamati a schierarsi, esporsi, prendere decisioni critiche. Per la premier, pesa la presenza di militari italiani nelle aree di crisi e la consapevolezza della necessità dello scudo garantito dalle basi Usa in Italia. In questo clima, il nodo dei dazi resta sullo sfondo. Eppure, potrebbe entrare nel summit. Ne discuteranno gli europei. Poi forse anche Usa ed Ue. Potrebbe, perché ogni opzione dura il tempo di un nuovo ribaltamento. O di un post sui social di Trump.