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La guerra dell’energia: l’Idf attacca giacimenti e raffinerie dell’Iran

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L’offensiva punta a danneggiare la principale fonte di reddito della Repubblica islamica. Colpito per rappresaglia il petrolchimico di Haifa
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La battaglia dell’energia è uno dei capitoli decisivi della guerra scatenata da Israele contro l’Iran: un colpo vitale al pilastro dell’economia della Repubblica islamica, nel tentativo di mettere alle corde il sistema di potere degli ayatollah radendo al suolo raffinerie e depositi di petrolio. Anche Teheran ha compreso la portata della minaccia e sta cercando di reagire sullo stesso fronte, finora con una manciata di missili contro l’impianto petrolchimico di Haifa, ma in qualsiasi momento può bloccare lo Stretto di Hormuz paralizzando il commercio internazionale di greggio e gas liquefatto.

Lo Stato ebraico ha alzato il tiro contro l’industria petrolifera venerdì notte subito dopo la prima ritorsione iraniana contro Tel Aviv. Nel giro di 24 ore sono state bersagliate le raffinerie più grandi e le cisterne della capitale. Il danno è pesantissimo: ricostruire le infrastrutture richiederà come minimo cinque anni e investimenti miliardari. Ci sarà una ricaduta sulle esportazioni: …

La battaglia dell’energia è uno dei capitoli decisivi della guerra scatenata da Israele contro l’Iran: un colpo vitale al pilastro dell’economia della Repubblica islamica, nel tentativo di mettere alle corde il sistema di potere degli ayatollah radendo al suolo raffinerie e depositi di petrolio. Anche Teheran ha compreso la portata della minaccia e sta cercando di reagire sullo stesso fronte, finora con una manciata di missili contro l’impianto petrolchimico di Haifa, ma in qualsiasi momento può bloccare lo Stretto di Hormuz paralizzando il commercio internazionale di greggio e gas liquefatto.

Lo Stato ebraico ha alzato il tiro contro l’industria petrolifera venerdì notte subito dopo la prima ritorsione iraniana contro Tel Aviv. Nel giro di 24 ore sono state bersagliate le raffinerie più grandi e le cisterne della capitale. Il danno è pesantissimo: ricostruire le infrastrutture richiederà come minimo cinque anni e investimenti miliardari. Ci sarà una ricaduta sulle esportazioni: ogni giorno un milione e mezzo di barili di greggio, destinati soprattutto alla Cina, più un altro milione di gas liquefatto, benzina e diesel. Una voce quest’ultima che crollerà per effetto del bombardamento delle raffinerie di South Pars, Bandar Abbas e Teheran oltre che dei poli per la trasformazione del gas naturale di Fajr Jam e Kangan.

L’effetto sulle vendite all’estero si sentirà nelle prossime settimane e aprirà una voragine nelle casse statali. Nonostante le sanzioni, si stima che nell’ultimo anno l’export abbia garantito entrate per 130 miliardi di dollari: il 40 per cento attraverso canali paralleli che finanziano i Guardiani della Rivoluzione, alimentando le attività segrete del programma nucleare e la costruzione dell’arsenale missilistico.

Invece l’impatto sulla popolazione si sentirà molto presto, in particolare nella capitale. Lì è stato oltre alla raffineria è stata incenerita parte del deposito di Shahran, che conteneva 260 milioni di litri di combustibile. Erano la riserva principale della metropoli ed è prevedibile che ci saranno difficoltà per le centrali elettriche e per fare il pieno alle vetture: si sono formate lunghe code di auto ai distributori.

Proprio questa incursione esplicita l’obiettivo israeliano di demolire la credibilità della teocrazia sciita, mostrando la sua incapacità di difendere non solo il Paese ma persino se stessa: le esecuzioni di esponenti chiave dei pasdaran proseguono - ieri è stata la volta dei vertici della rete di intelligence - assieme all’eliminazione dei loro equipaggiamenti militari. Ormai caccia e droni dello Stato ebraico agiscono liberamente nei cieli del Paese, sganciando ordigni direttamente sopra gli obiettivi: si sono accaniti pure contro l’aeroporto di Mashhad, a 2.300 chilometri dalle loro basi, segnando il record assoluto di distanza nelle missioni aeree israeliane. In 72 ore ci sono stati mille bombardamenti in oltre duecento località: tutti gli iraniani hanno visto sgretolarsi gli slogan degli ayatollah e sanno che i comandi degli apparati di sicurezza sono stati rasi al suolo.

Nonostante questo, non ci sono segnali di rivolte popolari e alcuni analisti evocano il precedente dello Yemen, dove diciotto mesi di raid non hanno scalfito l’autorità degli Houthi: Paesi però diversi, perché in Iran esiste ancora una borghesia su cui vuole fare leva il piano bellico di Netanyahu, chiamato “Leone rampante” come il simbolo della bandiera nazionale iraniana rimosso dalla rivoluzione di Khomeini.

L’energia è un punto debole anche di Israele, perché deve totalmente importarla. Sabato sera un grappolo di missili ha preso di mira la raffineria di Haifa, riuscendo a provocare danni minori che - stando ai comunicati ufficiali - non hanno interrotto l’attività. L’altro impianto del Paese si trova ad Ashod: una località attaccata dagli ordigni iraniani, senza però colpire la raffineria.

Il 28 per cento del greggio arriva via oleodotto dall’Azerbaijan, un altro 22 per cento proviene dal Kazakhstan: raggiunge Haifa via mare e le petroliere nel Mediterraneo un tempo potevano venire aggredite dai porti siriani o dagli Hezbollah libanesi. Senza più alleati a Beirut e a Damasco. le incursioni appaiono improbabili. In queste ore drammatiche, gli ayatollah potrebbero concretizzare l’antica minaccia di chiudere lo Stretto di Hormuz: la flotta d’assalto concepita per questa missione è intatta. Sarebbe una sorta di vendetta trasversale per il colpo all’export iraniano, visto che non avrebbe effetti diretti su Israele. Ma è l’unico strumento nelle loro mani per esercitare una pressione sulla Casa Bianca e tentare di strappare condizioni migliori in un negoziato last minute per salvare il regime.

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