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Il generale Usa Votel: “Adesso l’unica via d’uscita è tornare al tavolo dei negoziati”

Il generale Joseph Votel 

 

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L’ex capo del Central Command che gestisce le forze armate americane in Medio Oriente: “È possibile che il piano israeliano preveda di coinvolgere gli Usa nella fase successiva della campagna”
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La via d’uscita resta quella dell’accordo diplomatico, ma richiede un chiaro cambiamento di linea da parte dell’Iran sul programma nucleare e sul diritto all’esistenza di Israele». È l’auspico espresso dal generale Joseph Votel, ex capo del Central Command che gestisce le forze armate americane in Medio Oriente, durante un seminario organizzato dal Middle East Institute.

Cosa sta succedendo sul terreno?

«Analizzando gli obiettivi colpiti, si può capire la strategia israeliana. Come prima cosa hanno puntato le difese aeree e le altre istallazioni militari che potevano ostacolare la loro azione, in modo da essere liberi di operare. Poi hanno iniziato a distruggere le strutture del programma nucleare. Nello stesso tempo hanno colpito le leadership del regime, per indebolirlo. È una campagna sofisticata a meditata, che potrebbe durare settimane».

L’obiettivo finale è distruggere il programma nucleare o far cadere il regime?

«Il premier Netanyahu ha detto che lo scopo è difendere …

La via d’uscita resta quella dell’accordo diplomatico, ma richiede un chiaro cambiamento di linea da parte dell’Iran sul programma nucleare e sul diritto all’esistenza di Israele». È l’auspico espresso dal generale Joseph Votel, ex capo del Central Command che gestisce le forze armate americane in Medio Oriente, durante un seminario organizzato dal Middle East Institute.

Cosa sta succedendo sul terreno?

«Analizzando gli obiettivi colpiti, si può capire la strategia israeliana. Come prima cosa hanno puntato le difese aeree e le altre istallazioni militari che potevano ostacolare la loro azione, in modo da essere liberi di operare. Poi hanno iniziato a distruggere le strutture del programma nucleare. Nello stesso tempo hanno colpito le leadership del regime, per indebolirlo. È una campagna sofisticata a meditata, che potrebbe durare settimane».

L’obiettivo finale è distruggere il programma nucleare o far cadere il regime?

«Il premier Netanyahu ha detto che lo scopo è difendere Israele da una minaccia esistenziale, ma non ha chiarito se con questo intendeva l’arma atomica o il governo stesso della Repubblica islamica. Le operazioni che stanno conducendo gli israeliani puntano in entrambe le direzioni, ma solo la valutazione del premier stabilirà se e quando saranno stati raggiunti i risultati, e come. In altre parole, sarà Netanyahu a decidere se la minaccia esistenziale è stata eliminata distruggendo il programma nucleare, oppure serve la caduta del regime».

Gli Stati Uniti parteciperanno al conflitto?

«È possibile che il piano israeliano preveda di coinvolgere gli Usa nella fase successiva della campagna, per completare l’eliminazione del programma nucleare, ma non è detto che sia necessario. Si parla molto del bisogno delle bombe più potenti per distruggere le infrastrutture sotterranee, in particolare quelle di Fordow. Queste armi le possiede solo il Pentagono, inclusi i bombardieri necessari a sganciarle, e perciò si dà per scontata la necessità di un impegno degli americani. Io però non sono convinto che le cose stiano così. L’esercito israeliano è forte e competente, e potrebbe avere altri strumenti in mano per raggiungere l’obiettivo di disattivare Fordow. Diverso sarebbe il discorso se gli Usa fossero colpiti».

Il presidente Trump si dice convinto che i suoi sforzi diplomatici porteranno alla pace e apre al coinvolgimento del leader russo Putin nella mediazione. Le sembra una strada praticabile?

«L’unico off ramp che posso immaginare, l’unica via d’uscita che non passi attraverso un conflitto generale nella regione, è il ritorno al negoziato. Perché possa avere successo, però, serve un cambio di linea chiaro del regime riguardo il programma nucleare e la sopravvivenza di Israele».

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