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Lo scrittore israeliano Gavron: “In Israele cresce la paura, la domanda è se ne valeva la pena”

(afp)
L’intervista all’autore di “La collina”: “Dopo lo stupore per i successi iniziali, iniziano a levarsi voci critiche. Abbiamo attaccato a sorpresa, ma il prezzo da pagare è alto e non se ne vede la fine”
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LONDRA – «Ancora una volta Benjamin Netanyahu sembra usare la guerra per distrarre dai propri problemi. Ma ogni giorno che passa porta nuovi morti e feriti anche in Israele e l’opposizione ricomincia a farsi sentire, sulla guerra all’Iran come era successo con Gaza». È il parere di Assaf Gavron, una delle nuove voci più originali della narrativa israeliana, autore di romanzi come “La collina” e “Le diciotto frustate”, pubblicati in Italia da Giuntina. «Sono preoccupato e depresso», dice al telefono da New York, dove è arrivato il giorno prima che scoppiasse il nuovo conflitto, «mia figlia e io non sappiamo quando potremo tornare a Tel Aviv perché l’aeroporto Ben Gurion è chiuso».

La guerra con l’Iran ha unito Israele, Gavron?

«All’inizio sì, tutti sono rimasti stupefatti dall’efficienza dell’attacco, dall’abilità del Mossad, dalla precisione dei missili. Ma con il passare dei giorni l’atmosfera è cambiata e sento già levarsi voci critiche verso la decisione del primo ministro …

LONDRA – «Ancora una volta Benjamin Netanyahu sembra usare la guerra per distrarre dai propri problemi. Ma ogni giorno che passa porta nuovi morti e feriti anche in Israele e l’opposizione ricomincia a farsi sentire, sulla guerra all’Iran come era successo con Gaza». È il parere di Assaf Gavron, una delle nuove voci più originali della narrativa israeliana, autore di romanzi come “La collina” e “Le diciotto frustate”, pubblicati in Italia da Giuntina. «Sono preoccupato e depresso», dice al telefono da New York, dove è arrivato il giorno prima che scoppiasse il nuovo conflitto, «mia figlia e io non sappiamo quando potremo tornare a Tel Aviv perché l’aeroporto Ben Gurion è chiuso».

La guerra con l’Iran ha unito Israele, Gavron?

«All’inizio sì, tutti sono rimasti stupefatti dall’efficienza dell’attacco, dall’abilità del Mossad, dalla precisione dei missili. Ma con il passare dei giorni l’atmosfera è cambiata e sento già levarsi voci critiche verso la decisione del primo ministro Netanyahu».

Per quali motivi?

«Perché aumentano i danni umani e materiali causati dalla reazione iraniana. Il numero degli israeliani morti e feriti cresce a ogni nuova ondata di razzi lanciati da Teheran, così come quello degli edifici distrutti. E non è solo questione di danni: la gente ha paura, c’è una sensazione di enorme insicurezza. È vero che noi israeliani siamo abituati a vivere in un’emergenza continua. Ma in questo caso molti si chiedono: ne valeva la pena?».

Secondo lei?

«Secondo me non si capisce quale sia l’obiettivo di Netanyahu. Il primo da lui dichiarato, demolire una volta per tutte le capacità dell’Iran di costruire una bomba atomica, non sembra facile da realizzare: nonostante le centrali e i laboratori colpiti, gli scienziati nucleari uccisi, Teheran potrebbe ricominciare da capo. E il secondo obiettivo delineato dal nostro premier, incoraggiare una sollevazione popolare contro gli ayatollah, provocare un cambio di regime, appare ancora più difficile: in Iran non c’è al momento un’opposizione armata, come c’era in Siria, in grado di affrontare l’esercito».

Un dejà vu di quello che è successo dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023: anche allora, all’inizio, tutto Israele appoggiava una severa risposta militare, ma poi non si è più capito quale fosse l’obiettivo di Netanyahu e l’opposizione ha ripreso voce…

«Esatto. E si può fare anche un secondo paragone: con l’attacco del 7 ottobre, Hamas ci prese di sorpresa e ci inflisse perdite senza precedenti, ma in seguito ha pagato un prezzo tremendo. Ebbene, ora anche Israele ha lanciato un attacco a sorpresa, ma ne stiamo pagando il prezzo e non ne vediamo la fine».

L’Iran è il nemico più potente mai affrontato da Israele?

«Abbiamo combattuto con altri potenti nemici, nelle guerre del 1948, ’67, ’73. Ma non esistevano le armi che ha oggi l’Iran. Data la distanza fra Iran e Israele, difficilmente arriveremo a uno scontro fra truppe di terra, ma Teheran può farci del male lo stesso».

A lei non dispiacerebbe, se cadesse il regime degli ayatollah?

«Sarei felice: tutti i regimi in mano a fanatici religiosi sono pericolosi, per il proprio popolo e per la stabilità internazionale. Sarei ugualmente preoccupato se i fanatici religiosi prendessero il potere in Israele, dove sono al governo ma almeno non da soli».

Israele è legittimato a impedire che un governo di fanatici religiosi si impossessi di armi nucleari?

«Continuo a pensare che il sistema migliore per impedirlo sia il negoziato. Netanyahu riuscì a convincere il Trump del primo mandato presidenziale ad abolire il trattato firmato da Obama con l’Iran e ora ha attaccato l’Iran mentre lo stesso Trump cercava di rinegoziare un accordo simile. Ma tutte le guerre si concludono con un negoziato: perché non negoziare prima, facendo a meno di morti, feriti e distruzioni?».

Qualcuno sostiene che Netanyahu ha attaccato anche per distrarre l’attenzione da Gaza…

«Per distrarre l’attenzione dai suoi errori, che hanno permesso a Hamas di compiere il pogrom del 7 ottobre 2023; e per distrarre dal disastro umanitario in corso a Gaza. Ancora una volta, l’impressione è che Netanyahu usi la guerra per il proprio interesse personale, per allungare la vita dell’attuale governo, magari per cercare di vincere le prossime elezioni. Con il risultato di creare una situazione spaventosa».

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