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Iran, falchi e colombe alla resa dei conti finale tra resistenza e negoziato

(agf)

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Mentre il sistema rischia il collasso, è scontro interno Araghchi: “Combatteremo fino alla fine, ma siamo pronti alla diplomazia”
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TEL AVIV – La linea prova a darla, a tarda sera, Abbas Araghchi: «Combatteremo con orgoglio fino all’ultima goccia di sangue per proteggere la nostra terra, il nostro popolo e la nostra dignità», scrive il ministro degli Esteri iraniano, mentre i caccia israeliani impazzano sui cieli di Teheran, colpiscono basi e infrastrutture, case civili, bombardano persino la televisione nazionale, con la gente in fuga verso nord e il carburante che comincia a scarseggiare. Ma dice anche, l’uomo che fino a dieci giorni fa volava tra l’Europa e il Golfo per trattare sul nucleare, che «basta una telefonata da Washington per mettere a tacere Netanyahu e aprire le porte alla diplomazia».

Nei palazzi del potere di Teheran sono ore convulse. Le comunicazioni funzionano a singhiozzo, l’intelligence israeliana ha orecchie per sentire anche dentro i bunker degli apparati. L’eliminazione dei comandanti senior dei pasdaran e dell’aeronautica, seppur rapidamente rimpiazzati, e la distruzione di un circa …

TEL AVIV – La linea prova a darla, a tarda sera, Abbas Araghchi: «Combatteremo con orgoglio fino all’ultima goccia di sangue per proteggere la nostra terra, il nostro popolo e la nostra dignità», scrive il ministro degli Esteri iraniano, mentre i caccia israeliani impazzano sui cieli di Teheran, colpiscono basi e infrastrutture, case civili, bombardano persino la televisione nazionale, con la gente in fuga verso nord e il carburante che comincia a scarseggiare. Ma dice anche, l’uomo che fino a dieci giorni fa volava tra l’Europa e il Golfo per trattare sul nucleare, che «basta una telefonata da Washington per mettere a tacere Netanyahu e aprire le porte alla diplomazia».

Nei palazzi del potere di Teheran sono ore convulse. Le comunicazioni funzionano a singhiozzo, l’intelligence israeliana ha orecchie per sentire anche dentro i bunker degli apparati. L’eliminazione dei comandanti senior dei pasdaran e dell’aeronautica, seppur rapidamente rimpiazzati, e la distruzione di un circa un terzo delle piattaforme di lancio dei missili rallentano e rendono più complicata la risposta militare. I dirigenti sanno che Israele non si fermerà. E Khamenei è di fronte a un bivio: accettare un accordo con gli americani, abbandonando il suo programma nucleare, «il che equivarrebbe a una capitolazione», come la definisce Saeed Laylaz, analista vicino ai riformisti, che vive a Teheran, oppure combattere e resistere, scommettendo sul fatto che Israele non abbia una strategia di uscita dal conflitto.

Negli anni Ottanta, gli iraniani resistettero per otto anni contro l’Iraq di Saddam, con resilienza e spirito di sacrificio, lottando - come si disse allora - “a mani nude” per la sproporzione di forze in campo. Certo, il fervore rivoluzionario di quella generazione non incarna più lo spirito dell’Iran contemporaneo, un Paese giovane che sta già costruendo la sua alternativa laica alla modernità occidentale e alla rivoluzione islamica, e che da tempo non ne più dei mullah e della repressione. Ma la guerra mobilita il patriottismo e per molti iraniani ora sotto le bombe la priorità sono la difesa e la sicurezza nazionale. Su questo prova a far leva la propaganda televisiva, ma su questo gioca anche il presidente Pezeshkian quando di prima mattina si rivolge alla nazione. «Ogni differenza, questione e problema esistente deve essere messo da parte oggi e dobbiamo resistere contro questa aggressione genocida e criminale con unità e coerenza», dice.

Insieme al ministro Araghchi, Pezeshkian rappresenta la faccia più moderata del Sistema, quella che in queste ore tiene i contatti con gli europei e gli americani, con il Golfo e con i russi, offrendo – dietro la retorica bellicosa - una disponibilità a trattare se i raid israeliani cesseranno, perché una guerra lunga mettere in ginocchio il Paese rischiando di provocare rivolte interne o colpi di mano.

Ma poi ci sono i falchi, come il parlamentare ultraconservatore Hamid Rasaee, che fanno pressione perché l’Iran risponda duramente e a tutto campo, avviando il ritiro dal trattato di non proliferazione. È quello che il 15 giugno il quotidiano ultraconservatore Vatan-e Emrooz ha definito il “modello Corea del Nord”, che pur sopportando «sanzioni severe non è mai stata attaccata direttamente» grazie al deterrente nucleare. Il giornale espressione dell’ala più estremista, parla anche di un’altra opzione: chiudere o limitare il traffico nello stretto di Hormuz, uno snodo fondamentale per il commercio internazionale, da cui passano circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. Lo stop farebbe impennare i prezzi dell’energia e potrebbe scatenare uno scontro diretto con gli Stati Uniti e infine ritorcersi contro la stessa Repubblica Islamica. Ecco perché Araghchi dice che è necessario combattere, ma che forse è meglio trattare: perché la priorità, per Ali Khamenei, è sempre stata la sopravvivenza del sistema.

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