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Armi atomiche o lungo conflitto nei cieli? Gli scenari possibili della guerra tra Israele e Iran

(afp)

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Gli esperti si interrogano sui tempi dei combattimenti: tra gli scenari possibili, quello più inquietante prevede l’uso da parte di Teheran degli arsenali nucleari
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LONDRA – “Una prolungata guerra dei cieli”: così Sid Khausal, esperto di affari militari del Royal United Services Institute, il più autorevole istituto di affari militari britannico, descrive il conflitto di questi giorni tra Israele e Iran. Separati da oltre mille chilometri e dal territorio di quattro Paesi (Iraq, Siria, Libano e Giordania), i due nemici non possono verosimilmente combattersi con eserciti sul campo (a parte la presenza a Teheran di agenti del Mossad, lo spionaggio israeliano, e possibili raid di forze speciali), bensì si affrontano in battaglie aeree a base di cacciabombardieri, missili e droni. Ma quanto dureranno le ostilità? Ecco le previsioni degli analisti internazionali.

Il precedente dell’Iraq

Il primo attacco israeliano per distruggere il potenziale atomico di una nazione avversaria finì ancora prima che la notizia raggiungesse i media occidentali: quando nel 1981 i giornali pubblicarono la notizia che l’aviazione dello Stato ebraico aveva colpito e di…

LONDRA – “Una prolungata guerra dei cieli”: così Sid Khausal, esperto di affari militari del Royal United Services Institute, il più autorevole istituto di affari militari britannico, descrive il conflitto di questi giorni tra Israele e Iran. Separati da oltre mille chilometri e dal territorio di quattro Paesi (Iraq, Siria, Libano e Giordania), i due nemici non possono verosimilmente combattersi con eserciti sul campo (a parte la presenza a Teheran di agenti del Mossad, lo spionaggio israeliano, e possibili raid di forze speciali), bensì si affrontano in battaglie aeree a base di cacciabombardieri, missili e droni. Ma quanto dureranno le ostilità? Ecco le previsioni degli analisti internazionali.

Il precedente dell’Iraq

Il primo attacco israeliano per distruggere il potenziale atomico di una nazione avversaria finì ancora prima che la notizia raggiungesse i media occidentali: quando nel 1981 i giornali pubblicarono la notizia che l’aviazione dello Stato ebraico aveva colpito e distrutto il reattore nucleare iracheno di Osirak, i caccia F-16 di Gerusalemme erano già rientrati in patria. Questa volta, tuttavia, l’obiettivo di Israele in Iran è assai più ampio dello scopo della missione di oltre quarant’anni or sono contro Saddam Hussein: distruggere molteplici laboratori nucleari per l’arricchimento dell’uranio, demolire l’arsenale balistico iraniano e indebolire il regime degli ayatollah fino al punto di farlo crollare. Imprese complesse, che richiedono più tempo: giorni, forse settimane o più a lungo.

L’arsenale dell’Iran

Nell’ultimo decennio Teheran ha aumentato notevolmente il proprio arsenale missilistico: la stima è che, prima dell’odierno attacco israeliano, avesse fra 2 mila e 3 mila razzi a corto, medio e lungo raggio di varia potenza, più un numero indeterminato di droni (gli stessi che ha fornito alla Russia per la guerra in Ucraina).

Nei primi quattro giorni di guerra ne ha lanciati circa 350 contro Israele: gliene resta dunque un numero considerevole, inclusi i missili più potenti, ma deve amministrarlo con prudenza se vuole che gli basti per un conflitto prolungato nel tempo. Inoltre, Israele afferma di avere distrutto un terzo dei lanciamissili iraniani; e, grazie anche ai raid degli scorsi mesi, sostiene di avere il dominio del cielo su Teheran, potendo in teoria colpire la capitale senza il rischio che i suoi jet vengano abbattuti dalla contraerea. “Siamo preparati per ogni evenienza”, ha dichiarato un consigliere delle Guardie della Rivoluzione iraniane. “Non ci preoccupa l’ipotesi di una guerra di lunga durata”. Ma è vero fino a un certo punto. Il conflitto ha provocato finora 200 morti, migliaia di feriti e l’evacuazione di centinaia di migliaia di persone. La guerra sta paralizzando l’Iran.

L’ayatollah Khamenei, il leader supremo iraniano, si sposta da un bunker all’altro, temendo per la propria vita. Ora è stata colpita anche la televisione di stato.

L’aviazione di Israele

Le forze aeree israeliane, per quanto numericamente inferiori, sono più moderne, letali e meglio addestrate di quelle iraniane: nello scontro fra un Paese di 90 milioni di abitanti e uno di 9 milioni, è quest’ultimo, il più piccolo, ad avere la superiorità militare (senza bisogno di utilizzare il proprio arsenale nucleare). Finora Gerusalemme ha impiegato circa la metà dei suoi circa 200 cacciabombardieri. I target militari fissati all’inizio dell’offensiva, compresa l’eliminazione dei generali al vertice di forze armate e servizi segreti, sono stati raggiunti perfino prima del previsto. E l’Iron Dome, lo Scudo d’Acciaio, insieme ad altri due sistemi difensivi israeliani, ha fermato la maggioranza dei missili iraniani. Alcuni, tuttavia, sono riusciti a passare, causando 24 morti e circa mille feriti, oltre a distruzioni nelle maggiori città a cui Israele non era più abituato.

L’aviazione dello Stato ebraico ha danneggiato almeno due dei principali impianti nucleari iraniani, ma non dispone di bombe in grado di distruggere il più importante, quello di Fordow, nascosto sotto una montagna: soltanto le superbombe in dotazione alla U.S. Air Force potrebbero arrivare così in profondità. Per almeno danneggiarlo, e per mettere del tutto in ginocchio l’Iran dal punto di vista militare e politico, Israele deve continuare i bombardamenti. “Andremo avanti per tutto il tempo necessario”, ha affermato il primo ministro Benjamin Netanyahu. Ma su questo incide un fattore chiave: la stanchezza dei piloti, che ogni giorno devono affrontare un volo di andata e ritorno di 2 mila chilometri, più il pericolo della missione.

Le tre previsioni

Secondo Gideon Rachman, columnist di affari esteri del Financial Times, il conflitto ha tre possibili sviluppi. Il primo è quello della “guerra dei Sei Giorni” del 1967, quando Israele distrusse l’intera aviazione egiziana con un attacco preventivo, in qualche modo analogo a quello odierno contro l’Iran, e in meno di una settimana sbaragliò tutti i suoi nemici. Ma distruggere aerei su una pista era più semplice che demolire un laboratorio nucleare dentro una montagna e provocare un cambio di regime. Il secondo scenario è una ripetizione dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003, anch’essa lanciata per eliminare armi di distruzione di massa (poi risultò che non c’erano) e ottenere un cambio di regime: anche allora un successo iniziale, che tuttavia si trasformò in un pantano da cui Bagdad ha impiegato due decenni a uscire almeno in parte.

Ma lo sviluppo più probabile e preoccupante, scrive Rachman, è il terzo, cioè che la guerra attuale spinga un regime iraniano disperato a rispondere con mezzi non convenzionali: Teheran potrebbe fare ricorso agli arsenali chimici e biologici di cui dispone oppure produrre, se non proprio una bomba atomica, una “bomba sporca”, un ordigno che usa esplosivi convenzionali per diffondere materiale radioattivo. Con il supporto del terrorismo e dei suoi eserciti per procura, gli Hezbollah in Liban, gli Houti nello Yemen, le milizie filoiraniane in Iraq.

“La verità”, afferma l’ex-primo ministro israeliano Ehud Barak in un articolo sul quotidiano Haaretz, “è che soltanto una guerra congiunta di America e Israele può abbattere l’Iran ed eliminare completamente la sua capacità nucleare”. Un’ipotesi che finora a Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con la promessa di mettere fine alle guerre, non di trascinare gli Stati Uniti in una nuova, non è mai piaciuta. La conclusione è che soltanto Washington può provare a fermare la guerra, convincendo Teheran ad accettare tutte le sue richieste nel negoziato sul nucleare e Gerusalemme a fermare gli attacchi. “Voglio che la guerra finisca per davvero, non un cessate il fuoco”, dice ora il presidente americano.

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