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Iran, Khamenei al popolo: “Le minacce sono inutili, non ci arrenderemo mai”

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Il leader appare per la prima volta per rispondere a Washington e avverte i nemici di possibili ritorsioni con “danni irreparabili”. Giallo sul volo di Pezeshkian verso l’Oman, mentre Teheran aumenta la repressione
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TEL AVIV – Non parla di Repubblica islamica, non cita Imam né sure del Corano. Fa appello alla «nazione iraniana», Ali Khamenei, nella prima risposta all’ultimatum di Trump che gli ha intimato una «resa incondizionata». «Non ci arrenderemo mai», dice la Guida suprema in un messaggio trasmesso dalla tv nazionale ieri mattina, un video a bassa risoluzione, con l’eco di una voce in sottofondo, che sembra raccontare di un montaggio fatto con mezzi limitati. Appare stanco in volto ma fermo, ha una tenda beige alle spalle e la foto di Khomeini, la bandiera iraniana sul lato destro.

«La nazione iraniana si oppone fermamente a una guerra imposta, così come si opporrà fermamente a una pace imposta. Le persone sagge che conoscono l’Iran, il suo popolo e la sua storia non parlano mai a questa nazione con il linguaggio delle minacce, perché la nazione iraniana non è fatta per arrendersi», dice ancora, mettendo in guardia gli Stati Uniti da entrare direttamente nel conflitto. «Gli americani d…

TEL AVIV – Non parla di Repubblica islamica, non cita Imam né sure del Corano. Fa appello alla «nazione iraniana», Ali Khamenei, nella prima risposta all’ultimatum di Trump che gli ha intimato una «resa incondizionata». «Non ci arrenderemo mai», dice la Guida suprema in un messaggio trasmesso dalla tv nazionale ieri mattina, un video a bassa risoluzione, con l’eco di una voce in sottofondo, che sembra raccontare di un montaggio fatto con mezzi limitati. Appare stanco in volto ma fermo, ha una tenda beige alle spalle e la foto di Khomeini, la bandiera iraniana sul lato destro.

«La nazione iraniana si oppone fermamente a una guerra imposta, così come si opporrà fermamente a una pace imposta. Le persone sagge che conoscono l’Iran, il suo popolo e la sua storia non parlano mai a questa nazione con il linguaggio delle minacce, perché la nazione iraniana non è fatta per arrendersi», dice ancora, mettendo in guardia gli Stati Uniti da entrare direttamente nel conflitto. «Gli americani dovrebbero sapere che qualsiasi intervento militare da parte loro causerà certamente danni irreparabili».

L’esercito statunitense schiera aerei da combattimento nella regione ma ancora non è chiaro cosa Trump voglia fare: ha parlato della possibilità di uccidere Khamenei, di un cambio di regime a Teheran, ma ha anche aperto a un negoziato. La scommessa del religioso che da 36 anni guida il paese con pugno duro è che il presidente isolazionista, l’uomo che si è fatto eleggere promettendo di mettere fine alle «guerre senza fine» in Medioriente, non vorrà farsi trascinare in un conflitto lungo, che è quello a cui si preparano i comandi di Teheran, seppur decimati: una guerra di attrito, che punta sulla saturazione e le scorte limitate dei sistemi anti-missili israeliani, e sulla minaccia di infiammare uno dei più importanti corridoi marittimi mondiali, lo stretto di Hormuz. E soprattutto sulla battaglia dell’opinione. A Teheran osservano con attenzione le divisioni interne alla stessa amministrazione americana sulla presunta bomba iraniana.

L’intelligence Usa si è tirata fuori, negando di aver mai avuto prove sulla costruzione imminente di una bomba. La stessa Aiea ieri, pur confermando le «preoccupazioni» sul programma nucleare iraniano, ha precisato di non aver «mai detto che stanno costruendo e fabbricando un’arma nucleare», una posizione che rafforza i diplomatici del regime che denunciano «un’aggressione illegittima», ribadendo che il Paese continuerà ad arricchire l’uranio per scopi pacifici, dunque escludendo la possibilità di abbandonare il programma. Apparentemente, perché dietro le quinte ci sono timide aperture a concessioni. Ieri quando tre aerei iraniani sono atterrati a Muscat, in Oman, compreso quello presidenziale di solito usato da Pezeshkian, si sono diffuse voci di un possibile incontro per mediare, anche se non ci sono conferme di contatti con gli americani.

Sul terreno, la situazione è sempre più tesa. I jet israeliani continuano a colpire in tutto l’Iran, gli ultimi attacchi hanno preso di mira un impianto per la produzione di centrifughe all’uranio e un altro che produceva componenti per missili. Ieri, subito dopo il discorso di Khamenei, forti bombardamenti sono stati ripresi in video a nord di Teheran, nella zona di Lavizan, dove si suppone ci sia il bunker che lo protegge. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, dice che l’esercito ha colpito anche il quartier generale delle forze di sicurezza interna, responsabili della repressione di piazza. E anche questo è parte di una guerra di narrative: ieri pomeriggio per qualche minuto la tv iraniana è stata hackerata e sugli schermi sono comparse immagini del movimento Donna, Vita, Libertà con una voce che invitava gli iraniani a scendere in piazza. Arduo, sotto un’offensiva militare che finora ha fatto almeno 585 morti, secondo una organizzazione per i diritti umani che ha sede a Washington, tra cui 239 civili, 1.300 feriti.

La popolazione civile è intrappolata tra le bombe israeliane e un governo autoritario. A Teheran i negozi sono chiusi, molti sono andati via e chi resta fa una vita infernale, tra i raid israeliani, le code chilometriche ai distributori, i limiti ai prelievi di contanti. E la stretta repressiva che comincia a manifestarsi per le strade: chiunque venga beccato a comunicare con l’esterno rischia il cercare immediato e una condanna che può essere anche la pena di morte per spionaggio. Il sistema prova a compattarsi, mentre Khamenei nell’angolo può contare su pochi uomini fidati. Tra questi il figlio, Mojtaba Khamenei, che a lungo è stato indicato come possibile successore. Sui Pasdaran, che da 30 anni rispondono a lui personalmente. E sulla cerchia ristretta dei suoi consiglieri, 15-20 persone selezionate, come il capo dell’ufficio Mohammad Golpayegani, gli ex ministri degli Esteri Ali Akbar Velayati e Kamal Kharazi, l’ex presidente del parlamento Ali Larijani.

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