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Il fantasma dell’Iraq: ecco perché pesa sulla decisione di Trump di dichiarare guerra all’Iran

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Anche allora l’intelligence Usa era divisa tra chi pensava che quelle armi ci fossero e chi ne dubitava. Anche allora il coinvolgimento militare degli Stati Uniti doveva durare poco, ma si trasformò in un pantano lungo due decenni, causando la morte di 4 mila soldati
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LONDRA – Sul dilemma di Donald Trump, bombardare o meno l’Iran, pesa lo spettro della guerra di ventidue anni fa in Iraq. Anche allora un presidente americano, George W. Bush, doveva decidere se attaccare un dittatore del Medio Oriente per impedire che avesse armi di distruzione di massa. Anche allora l’intelligence Usa era divisa tra chi pensava che quelle armi ci fossero e chi ne dubitava. Anche allora il coinvolgimento militare degli Stati Uniti doveva durare poco, ma si trasformò in un pantano lungo due decenni, causando la morte di 4 mila soldati americani (oltre a centinaia di migliaia di civili del Paese aggredito). “In Iraq tutte le nostre aspettative si rivelarono sbagliate”, dice al New York Times il professor Vali Nasr, docente della Johns Hopkins School of International Studies. “Oggi rischiamo di trovarci davanti alla stessa storia”.

Le differenze con l’Iraq

Il fantasma dell’Iraq deve essere ben presente nella testa di Trump, che ha impostato la campagna per la Casa …

LONDRA – Sul dilemma di Donald Trump, bombardare o meno l’Iran, pesa lo spettro della guerra di ventidue anni fa in Iraq. Anche allora un presidente americano, George W. Bush, doveva decidere se attaccare un dittatore del Medio Oriente per impedire che avesse armi di distruzione di massa. Anche allora l’intelligence Usa era divisa tra chi pensava che quelle armi ci fossero e chi ne dubitava. Anche allora il coinvolgimento militare degli Stati Uniti doveva durare poco, ma si trasformò in un pantano lungo due decenni, causando la morte di 4 mila soldati americani (oltre a centinaia di migliaia di civili del Paese aggredito). “In Iraq tutte le nostre aspettative si rivelarono sbagliate”, dice al New York Times il professor Vali Nasr, docente della Johns Hopkins School of International Studies. “Oggi rischiamo di trovarci davanti alla stessa storia”.

Le differenze con l’Iraq

Il fantasma dell’Iraq deve essere ben presente nella testa di Trump, che ha impostato la campagna per la Casa Bianca promettendo “basta alle guerre che durano per sempre”. Naturalmente tra i due conflitti ci sono notevoli differenze. La principale è che nel 2003 l’America aveva un esercito di 200 mila uomini schierato nella regione e pronto a invadere l’Iraq per privare il regime di Saddam Hussein di armi non convenzionali (che poi alla prova dei fatti nessuno trovò) e ottenere un cambio di regime in grado di innescare la democrazia (che oggi a Bagdad esiste, per quanto fragile, ma dopo avere creato immensi danni materiali e umani, in termini di distruzione, instabilità globale e terrorismo). Stavolta, invece, l’attacco americano sarebbe limitato a raid aerei e missili, in primo luogo per distruggere l’impianto nucleare iraniano di Fordow, nascosto dentro una montagna che soltanto le superbombe in dotazione ai bombardieri Usa possono sperare di penetrare. Ma non è chiaro quale sia il piano a lungo termine di Washington, tanto meno quello di Israele, che per ora conduce da solo l’offensiva.

I rischi per l’America

Il primo rischio, osservano gli analisti di affari militari, è che uno o più cacciabombardieri vengano abbattuti dalla contraerea iraniana: è vero che lo Stato ebraico ha messo fuori combattimento un terzo dei lanciamissili di Teheran, ma non si può escludere che quelli ancora in funzione riescano a centrare qualche jet americano. Il secondo rischio è che, per quanto potenti, le bombe Usa non possano distruggere l’impianto nucleare di Fordow: “Ci sono stato, è a 600 metri di profondità sottoterra”, avverte Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il terzo rischio è che l’Iran risponda attaccando basi americane in Medio Oriente: tutte in un raggio che i missili degli ayatollah sono in grado di raggiungere. In questo caso, particolarmente se ci fossero perdite fra le forze Usa, Trump sarebbe costretto a rispondere. A quel punto si avrebbe una continua escalation e ben presto il bersaglio degli Stati Uniti diventerebbe la leadership iraniana, a partire da Ali Khamenei, il leader supremo, di cui Trump ha già detto: “Sappiamo dov’è ma non lo uccideremo, per ora”.

In altre parole, l’obiettivo diventerebbe il cambio di regime, lo stesso dell’invasione dell’Iraq del 2003. Sarebbe necessario impiegare anche truppe di terra, seppure fossero solo forze speciali? Sarebbe possibile unire le varie forze di opposizione iraniana, attualmente assai divise, verso una transizione democratica, magari guidata da Reza Pahlavi II, il figlio dell’ultimo Scià di Persia, gradito a Gerusalemme (ha incontrato il premier israeliano Benjamin Netanyahu) ma non a tutti in patria? Se è vero che l’opposizione ha messo in difficoltà il regime, come durante la protesta di massa contro l’imposizione del velo alle donne tre anni fa, è altrettanto vero che (a differenza della situazione lo scorso anno in Siria prima della caduta di Assad) è un’opposizione disarmata: chi la armerebbe contro reparti dell’esercito e dei Guardiani della Rivoluzione fedeli all’ideologia degli ayatollah? Gi alleati di Teheran come Hezbollah in Libano e gli Houti nello Yemen, inoltre, finora non sono intervenuti, ma di fronte a una escalation è molto probabile che lo farebbero, attaccando a loro volta basi e interessi americani o occidentali in Medio Oriente, magari bloccando la navigazione commerciale nel Golfo Persico. Infine, un Iran ferito ma non vinto potrebbe usare contro l’America e l’Occidente l’arma del terrorismo, come ha fatto più volte in passato.

Le questioni interne americane

Per Trump c’è un ultimo pericolo, di tipo interno, già visibile in questi giorni: la guerra potrebbe spaccare il movimento Maga che lo ha portato due volte alla Casa Bianca. L’ala isolazionista ha già fatto sentire la propria voce criticando ogni ipotesi di partecipazione americana all’attacco israeliano, anche se uno dei suoi leader, lo stratega Steve Bannon, ora afferma che, qualunque decisione Trump prenda, alla fine il movimento lo appoggerà. E sul piano politico c’è pure una questione di legalità: il partito democratico, con il sostegno di alcuni deputati repubblicani, esige che sia il Congresso ad approvare o meno l’intervento militare, come prevede la Costituzione, eccetto nel caso in cui l’America sia stata attaccata. Un editoriale del New York Times ricorda che ci fu un’approvazione parlamentare per la dichiarazione di guerra al Giappone nel 1941, per la guerra in Vietnam, più recentemente per le guerre in Afghanistan e in Iraq, suggerendo perciò a Trump di non avere fretta e sottoporre la questione al vaglio di deputati e senatori.

L’ipotesi del bluff

Non è da escludere che quello del presidente sia un bluff, portato avanti fino ad ordinare a una portaerei e ai cacciabombardieri di avvicinarsi all’Iran: un aereo di diplomatici iraniani è atterrato in queste ore in Oman, sede dei negoziati sul nucleare. Una “resa incondizionata”, come richiesto da Trump, o comunque concessioni di Teheran sul controllo dell’uranio arricchito necessario a produrre bombe atomiche, potrebbe scongiurare in extremis un’azione militare Usa e forse fermare anche Israele. “Potrei attaccare e potrei non attaccare”, sono state le ultime parole del presidente, con lo spettro della guerra in Iraq che aleggia sulla possibilità di guerra americana in Iran. “Non sono sicuro che Trump abbia preso una decisione”, commenta il suo ex-consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, con cui ha poi rotto i rapporti. “Nelle crisi di questo genere, l’ho visto diventare agitato e frenetico. Consulta un sacco di gente in cerca di qualcuno che dica la parola magica e a quel punto si convince: esatto, dice, è questa la cosa giusta da fare. Il che dura fino a quando parla con qualcun altro”.

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