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Iran, il regime si blinda: arresti e censura. “Punizioni rapide, adeguate ai tempi di guerra”

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Arrestato e poi rilasciato il rapper dissidente Toomaj Salehi. Presi di mira la società civile e il movimento Donna vita e libertà: detenute 200 persone. “I processi siano veloci, sono spie del nemico”
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AMMAN – Si era infuriato Toomaj Salehi, la notte in cui Trump ha ordinato agli iraniani di evacuare Teheran via social. «Uno slogan populista, e niente di più che serve poi a dire “non volevamo uccidere civili”». Ma si era rivolto anche ai suoi ex carcerieri: «Non riempitevi la bocca con la parola “Iran”, quando per Hassan Nasrallah avete costruito una città e per la gente di Teheran nemmeno un rifugio». Ieri, intorno alle 4 del pomeriggio, decine di agenti in borghese, armati, sono entrati nell’appartamento del rapper più famoso di Iran, la musica della dissidenza, e «lo hanno interrogato e minacciato per 5 ore».

Il gruppo di attivisti all’estero che da anni tiene accesa la voce di Salehi ogni volta che viene arrestato per le sue critiche alla Repubblica islamica, ha poi fatto sapere che è stato liberato, ma i suoi profili social, seguiti da più di 800mila persone, sono stati disattivati, ed è difficile avere notizie certe sulle sue condizioni. L’Iran è chiuso in un blackout dig…

AMMAN – Si era infuriato Toomaj Salehi, la notte in cui Trump ha ordinato agli iraniani di evacuare Teheran via social. «Uno slogan populista, e niente di più che serve poi a dire “non volevamo uccidere civili”». Ma si era rivolto anche ai suoi ex carcerieri: «Non riempitevi la bocca con la parola “Iran”, quando per Hassan Nasrallah avete costruito una città e per la gente di Teheran nemmeno un rifugio». Ieri, intorno alle 4 del pomeriggio, decine di agenti in borghese, armati, sono entrati nell’appartamento del rapper più famoso di Iran, la musica della dissidenza, e «lo hanno interrogato e minacciato per 5 ore».

Il gruppo di attivisti all’estero che da anni tiene accesa la voce di Salehi ogni volta che viene arrestato per le sue critiche alla Repubblica islamica, ha poi fatto sapere che è stato liberato, ma i suoi profili social, seguiti da più di 800mila persone, sono stati disattivati, ed è difficile avere notizie certe sulle sue condizioni. L’Iran è chiuso in un blackout digitale, la rete funziona molto poco, e pure le linee fisse vanno a singhiozzo. Una oscurità che facilita la repressione: «Con il pretesto della sicurezza nazionale, il governo ha limitato l’accesso a Internet e oggi è stato completamente bloccato e stanno facendo decine di arresti», ci racconta una attivista curda che per ragioni di sicurezza non vuole essere identificata. I media locali parlano di almeno 220 persone fermate per aver «collaborato con Israele».

Girano le immagini di persone ammanettate a Mashhad e indicate come «agenti del Mossad» che maneggiavano droni: impossibile da verificare. Le organizzazioni per i diritti umani temono che un regime sotto assedia reagisca trascinando in cella, oltre alle presunte spie, anche tutti quelli che si oppongono, criticano, o semplicemente condividono informazioni. Martedì a Mahabad, provincia curda ribelle, protagonista delle manifestazioni del movimento Donna, Vita, Libertà, 18 ragazzine minorenni sono state fermate dall’intelligence perché avevano pubblicato «contenuti relativi alla guerra tra Iran e Israele sui social media». Rilasciate su cauzione, verranno processate, riferisce l’associazione per i diritti umani, Hengaw, che ha base in Norvegia.

A Lali, nel Khuzestan, cuore petrolifero dell’Iran, 4 persone sono state arrestate per «attività di propaganda a favore di Israele sui social media», a Kerman uguale: 2 arresti per «sostegno mediatico a Israele». Nel Golestan e a Mazandaran, sul Mar Caspio, dove in queste ore si stanno rifugiando anche molte persone in fuga da Teheran, ci sono stati più di 15 arresti per «diffusione di falsità» e «disturbo dell’opinione pubblica». Il capo della magistratura, l’ultraradicale molto vicino a Khemenei, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha chiesto «processi molto rapidi» e altrettante «rapide punizioni secondo le condizioni di guerra» per chi si macchia di collaborare col nemico, una direttiva che fa tremare avvocati e legali, consapevoli di quanto sia difficile nel sistema giudiziario iraniano garantire la difesa dei detenuti.

In Parlamento, i radicali propongono pene più severe per «o spionaggio o la collaborazione con stati ostili, incluso il governo degli Stati Uniti», reati che potrebbero essere paragonati alla «corruzione sulla terra», ovvero: pena di morte. «Sulla scia della guerra, le forza di sicurezza hanno lanciato un’ondata di arresti arbitrari in diverse città, decine di persone, tra cui attivisti e utenti dei social media, professori universitari e persino operai, sono state arrestate senza il rispetto degli standard fondamentali in materia di diritti umani», denuncia Hengaw.

Azadeh che è rimasta a Teheran racconta di un clima cupo. «Ci chiedete di protestare, ma se non riesco nemmeno a connettermi a internet? Ci sono un sacco di agenti in giro, ci tengono gli occhi puntati addosso, per strada sto attenta anche a guardare lo smartphone». Si teme anche per la sorte dei prigionieri politici. Ali Younesi, ex campione alle olimpiadi internazionali di astronomia, da anni in carcere con l’accusa di essere un membro del Mek, organizzazione considerata terroristica dall’Iran, è stato prelevato da Evin e trasferito non si sa dove. «Mia madre ha le convulsioni per la preoccupazione. Non sappiamo dove lo abbiano portato», denuncia la sorella Aida. Un gruppo di prigionieri di Evin ha scritto una lettera a Mohseni-Ejei per chiedere di essere rilasciati temporaneamente a causa della guerra, come prevede la legge iraniana in situazioni di crisi. Tra loro ci sono Reza Khandan, il marito dell’avvocatessa premio Shakarov Nasrin Sotoudeh, gli attivisti Taher Naghavi e Nasrollah Amirloo. Gli iraniani lo chiedono a gran voce: «Liberateli».

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