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La testimonianza dall’Iran: “La guerra e la fuga dopo la lotta. Non lasciateci soli”

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Il racconto di una blogger di Teheran costretta a lasciare la città e a spostarsi nel nord dopo l’inizio del conflitto con Israele: “Ho trent’anni e, come tanti della mia generazione, sono cresciuta in un Paese dove la libertà è sempre stata un sogno. Nonostante ciò, pensavo di essere almeno al sicuro”
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Oggi è il settimo giorno di guerra tra Iran e Israele. Scrivo queste parole da una stanza che non è la mia, da una città che non ho scelto. Con me c’è solo qualche parente: tra mille difficoltà, i limiti di rifornimento di carburante, la mancanza della rete internet, siamo riusciti a lasciare Teheran. Qui dovremmo essere meno a rischio, anche se ieri è stata bombardata anche una città del nord, non lontana da noi.

La sera, per prendere sonno, sto prendendo un calmante. Qui non sentiamo il rumore delle sirene, ma continuo a fare incubi con quel rumore che mi rimbomba nella testa. Ho trent’anni e, come tanti della mia generazione, sono cresciuta in un Paese dove la libertà è sempre stata un sogno. Nonostante ciò, pensavo di essere almeno al sicuro. In questi giorni ho perso anche questa certezza. Ho deciso di scrivere ogni giorno quello che provo, perché non voglio che le mie emozioni si disperdano nel silenzio, perché sento il dovere di raccontare, di lasciare una traccia di ciò c…

Oggi è il settimo giorno di guerra tra Iran e Israele. Scrivo queste parole da una stanza che non è la mia, da una città che non ho scelto. Con me c’è solo qualche parente: tra mille difficoltà, i limiti di rifornimento di carburante, la mancanza della rete internet, siamo riusciti a lasciare Teheran. Qui dovremmo essere meno a rischio, anche se ieri è stata bombardata anche una città del nord, non lontana da noi.

La sera, per prendere sonno, sto prendendo un calmante. Qui non sentiamo il rumore delle sirene, ma continuo a fare incubi con quel rumore che mi rimbomba nella testa. Ho trent’anni e, come tanti della mia generazione, sono cresciuta in un Paese dove la libertà è sempre stata un sogno. Nonostante ciò, pensavo di essere almeno al sicuro. In questi giorni ho perso anche questa certezza. Ho deciso di scrivere ogni giorno quello che provo, perché non voglio che le mie emozioni si disperdano nel silenzio, perché sento il dovere di raccontare, di lasciare una traccia di ciò che stiamo vivendo. Scrivo per me stessa, per non impazzire, ma anche per chi vuole ascoltare la nostra voce oltre le barriere della distanza e dell’indifferenza.

Sette giorni fa, quando sono iniziati i primi attacchi, ho capito che la guerra non è soltanto quell’incubo di cui si parla al telegiornale, non è una minaccia lontana. La guerra è quella che ti sveglia nel cuore della notte con un messaggio che arriva sul telefono e ti dice che qualcuno che conosci non c’è più; che ti fa scattare con una corsa verso un posto che pensi possa essere più sicuro con il cuore in gola e le mani che tremano. E da quel momento hai la consapevolezza che nulla è più scontato: né la casa, né il lavoro, né la vita stessa.

Prima dell’inizio degli attacchi, la mia lotta era un’altra: era la lotta quotidiana contro l’obbligo dell’hijab, contro la repressione, contro la paura di essere arrestata solo per aver mostrato una ciocca di capelli, per aver alzato la voce, per aver chiesto rispetto per i miei diritti. Ricordo le manifestazioni, le catene umane nelle strade di Teheran, i volti delle mie amiche, la forza che ci davamo l’una con l’altra per non arrenderci. Ricordo i giorni in cui bastava un sorriso, uno sguardo di complicità, per sentirsi meno sole. Una settimana fa, i miei unici pensieri erano come proteggermi in taxi, come attraversare la strada senza attirare attenzioni indesiderate.

Oggi le mie preoccupazioni sono altre. Ogni sera, prima di dormire, mando un messaggio agli amici per sapere se stanno bene, se hanno trovato un posto dove passare la notte. Ogni sera, chiudo gli occhi e immagino che domani, al mio risveglio, tutto sarà finito: la guerra sarà solo un brutto ricordo, il mio Iran sarà libero. Potrò tornare a casa, riabbracciare chi amo, tornare a lavorare, festeggiare la libertà.

Nonostante tutto, nonostante la paura, la stanchezza, la rabbia, sono ancora speranzosa. Speranzosa per la nostra libertà, per la pace, per un futuro diverso. Vorrei che chi legge queste parole immaginasse il mio volto, sentisse la mia voce, potesse capire che dietro ogni notizia, ogni numero, ogni statistica, ci sono persone come me.

Persone che desiderano soltanto che questa guerra finisca e cada questo regime. Siamo iraniani, da sempre un popolo patriottico che non si è mai arreso neanche davanti alle violenze e alle ingiustizie subite. Fate sentire la nostra voce: fermiamo questa guerra!

*L’autrice è una blogger di Teheran che scrive sotto pseudonimo. Traduzione di Shervin Haravi

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