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L’ex spia sul conflitto in Iran: “Israele colpisce ma senza un’exit strategy. Temo una guerra lunga”

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Il monito dell’ex dirigente dell’Intelligence dello Stato ebraico Danny Citrinowicz: “Un Paese che ha resistito a dieci anni di conflitto contro l’Iraq non si piegherà dopo dieci giorni di bombardamenti”
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GERUSALEMME – A leggere gli ultimi sondaggi (il partito del primo ministro ha raggiunto la soglia di consensi più alta dal 7 ottobre 2023) e gli editoriali dei maggiori giornali, in Israele va tutto benissimo: la campagna contro l’Iran sta decapitando i vertici militari della Repubblica islamica e portandone indietro in maniera decisiva il programma nucleare. Israele attende con ansia che gli Stati Uniti si uniscano all’attacco per mettere fuori uso definitivamente l’impianto di Fordow e auspica che questo acceleri il crollo del regime. Eppure nei circoli degli esperti c’è chi comincia seriamente a preoccuparsi, soprattutto alla luce della scelta attendista del presidente Trump: perché, come insegnano i manuali di Storia militare, iniziare una guerra è più facile che finirla. Fra le voci più autorevoli in questo senso c’è quella di Danny Citrinowicz, a lungo capo della Divisione Iran dell’intelligence militare israeliana, oggi responsabile del programma Iran e Asse sciita per l’Instit…

GERUSALEMME – A leggere gli ultimi sondaggi (il partito del primo ministro ha raggiunto la soglia di consensi più alta dal 7 ottobre 2023) e gli editoriali dei maggiori giornali, in Israele va tutto benissimo: la campagna contro l’Iran sta decapitando i vertici militari della Repubblica islamica e portandone indietro in maniera decisiva il programma nucleare. Israele attende con ansia che gli Stati Uniti si uniscano all’attacco per mettere fuori uso definitivamente l’impianto di Fordow e auspica che questo acceleri il crollo del regime. Eppure nei circoli degli esperti c’è chi comincia seriamente a preoccuparsi, soprattutto alla luce della scelta attendista del presidente Trump: perché, come insegnano i manuali di Storia militare, iniziare una guerra è più facile che finirla. Fra le voci più autorevoli in questo senso c’è quella di Danny Citrinowicz, a lungo capo della Divisione Iran dell’intelligence militare israeliana, oggi responsabile del programma Iran e Asse sciita per l’Institute for National Security Studies.

Citrinowicz, l’Idf avvisa: “Non sarà una campagna breve”. Trump prende tempo: stiamo entrando in una fase di stallo?

«Io non credo che gli Usa aspetteranno due settimane per decidere, anche se la loro è una valutazione complessa da fare: se entrano in guerra la possibilità che Fordow sia distrutta è reale, ma l’Iran risponderà anche su obiettivi americani o magari attaccando il traffico nello stretto di Hormuz, con pesanti conseguenze economiche. L’altra ipotesi è il negoziato: ma per arrivare a cosa? Ciò che pretendiamo ora è inaccettabile per l’Iran. Dunque, qualunque sia la strada, non vedo all’orizzonte una conclusione rapida».

Di fronte a queste due ipotesi qual è la strategia di Israele?

«Non mi pare che ce ne sia una buona sul tavolo: e questo mi preoccupa molto. Questa guerra ha costi altissimi, ci sono stime che parlano di un miliardo di dollari al giorno: mandare gli aerei fino all’Iran, i danni che stiamo subendo agli obiettivi colpiti, le armi che stiamo usando… Combattere contro l’Iran non è come combattere a Gaza. Abbiamo raggiunto il dominio dei cieli e inflitto danni notevoli al nemico: e adesso? Come andiamo avanti?».

Il primo ministro ha parlato apertamente di regime change…

«Io non penso che uccidendo Khamenei il futuro sarà migliore. La Russia ha già detto che reagirà, avremmo contro gli sciiti di tutto il mondo, il regime potrebbe sopravvivere: alla fine la morte di Khamenei potrebbe fare il gioco dei nostri nemici».

Lo scenario che sta disegnando non è molto dissimile da quello di Gaza: superiorità militare ma assenza di piano politico…

«Certo: è la stessa cosa. Siamo in grado di colpire e infliggere colpi mortali: ma poi, come chiudiamo? Senza un accordo politico non c’è modo da uscire da entrambe le crisi».

Lei ha studiato l’Iran per 25 anni: suppongo che lei sappia chi c’è nella cabina di regia di questa guerra. È possibile che nessuno abbia sollevato i dubbi che solleva lei?

«Nella cabina di regia ci sono Netanyahu e i suoi: ci sono anche le Forze armate, ma non sono certo che abbiano un’influenza reale. È una situazione problematica e credo che dovremmo ragionare su una soluzione politica. È vero, abbiamo inflitto danni importanti, ma da soli non siamo in grado di togliere del tutto all’Iran la sua capacità nucleare».

Però, qui in Israele, intorno all’andamento di questa campagna c’è una forte euforia: lo dicono i sondaggi, i telegiornali, gli editorialisti, compresi quelli solitamente critici nei confronti del governo…

«Un’euforia che non si può giustificare. La gente dimentica alcune questioni fondamentali: perché siamo arrivati a questo punto con l’arricchimento di uranio? Forse è accaduto anche perché Netanyahu ha spinto Trump a uscire dall’accordo sul nucleare? Il primo giorno è stato un successo, ma nelle guerre l’importante è come finisci, non come inizi».

E come finirà?

«Questo non lo sa nessuno. Posso dirle che la situazione è molto più complessa di quello che il grande pubblico vede. Un Paese che ha resistito a dieci anni di guerra contro l’Iraq non si piegherà dopo dieci giorni di bombardamenti. L’Iran è enorme e resiliente, non abbiamo mai fronteggiato un nemico così: si capisce anche dai colpi che ci sta infliggendo».

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