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Teheran, sfila il regime: “Morte a tutti i sionisti”. Parte la censura a Internet

Khamenei punta a unire il popolo: “Stiamo punendo Israele”. Società civile schiacciata tra paura e stop all’informazione
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AMMAN – L’imam di Ahzav, Mohammad Nabi Mousavi-Fard, si presenta in uniforme e mitra. «I traditori dovrebbero essere giustiziati in pubblico; chiedo al capo della magistratura di processare questi traditori che collaborano con il nemico e importano armi», proclama marciando con un gruppo di fedeli dopo la preghiera del venerdì, mentre l’inviato di Khamenei, Araghchi, è in Europa per cercare una via di uscita, la salvezza del regime senza la guerra americana. Ma è un negoziato sotto le bombe, e dunque serve armare le piazze. E così la preghiera del venerdì si trasforma in uno show di forza, o almeno nel suo simulacro.

Il giorno della “vendetta”, della “collera”, annunciano i media di stato, con i sostenitori della Repubblica islamica che a migliaia affollano una piazza a Teheran e una a Qom, Ardebil, Shiraz, Bandar Abbas, gridando “morte agli Stati Uniti”, “morte al sionismo e a Israele”. Qualcuno brucia una bandiera con la stella di Davide. La televisione manda in onda le immag…

AMMAN – L’imam di Ahzav, Mohammad Nabi Mousavi-Fard, si presenta in uniforme e mitra. «I traditori dovrebbero essere giustiziati in pubblico; chiedo al capo della magistratura di processare questi traditori che collaborano con il nemico e importano armi», proclama marciando con un gruppo di fedeli dopo la preghiera del venerdì, mentre l’inviato di Khamenei, Araghchi, è in Europa per cercare una via di uscita, la salvezza del regime senza la guerra americana. Ma è un negoziato sotto le bombe, e dunque serve armare le piazze. E così la preghiera del venerdì si trasforma in uno show di forza, o almeno nel suo simulacro.

Il giorno della “vendetta”, della “collera”, annunciano i media di stato, con i sostenitori della Repubblica islamica che a migliaia affollano una piazza a Teheran e una a Qom, Ardebil, Shiraz, Bandar Abbas, gridando “morte agli Stati Uniti”, “morte al sionismo e a Israele”. Qualcuno brucia una bandiera con la stella di Davide. La televisione manda in onda le immagini dei parenti di alcuni comandanti uccisi che chiedono «un pugno forte in faccia a Israele», mentre la musica in sottofondo dice: «È ora di cancellare la macchia della vergogna, Israele, dalla mappa del mondo».

Si fa sentire anche la guida suprema, Ali Khamenei, con un messaggio pre-registrato perché sa che è nel mirino. «Il nemico sionista viene punito proprio ora», dice, forse riferendosi ai missili che dalla mattina hanno preso a bersagliare Israele, dopo un’altra notte di bombe israeliane sull’Iran. Non invoca lealtà alla sua Repubblica fondata sull’Islam, ma prova a far perno sul nazionalismo. È segno di fragilità: la consapevolezza che gli iraniani, la maggioranza, non si immoleranno per il progetto di un islam politico che tanti lutti ha già portato ed è ormai fuori dalla storia dell’Iran contemporaneo.

https://puntoitalia.online/esteri/2025/06/19/news/khamenei_no_resa_guerra_iran_israele-424678082/

Un paradosso per un regime che per decenni ha provato a cancellare i simboli della cultura pre-rivoluzionaria. Ma è anche il segno di un’astuzia politica che a Khamenei non è mai mancata: far leva sull’orgoglio di una nazione antica, erede di un impero. A piazza Vanak, a Teheran, il comune ha fatto piazzare uno stendardo con Arash, l’Arciere, figura eroica della mitologia persiana, simbolo del sacrificio, ora usato per invocare unità di fronte al nemico. C’è una parte dell’Iran che è sensibile a questo richiamo, non solo tra i sostenitori del sistema, tanto più se il nemico si chiama Netanyahu. Poche settimane prima della guerra, a Teheran c’era stata una manifestazione inedita. Una protesta pro-palestina a piazza Enghelab. Ma non di quelle che il governo organizza di continuo, con la causa palestinese piegata ad uso della propaganda fin dalle scuole elementari. In strada c’erano artisti, studenti, tutte ragazze senza hijab, gli anti-regime.

La polizia, in cortocircuito, non è intervenuta, anche se le donne violavano la regola del velo obbligatorio. Un segno del sentimento nuovo che i quasi 60 mila morti nella Striscia hanno provocato anche in chi del regime non vuole nemmeno sentir parlare. Sono gli stessi che ora vivono intrappolati tra due fuochi. Forse una maggioranza, di certo silenziosa, che ha paura della guerra ma anche speranza in un cambiamento politico. Manifestarla è rischioso.

Gli apparati di sicurezza stanno serrando i ranghi e hanno isolato il Paese. «Con l’inizio dell’attacco, l’Iran è entrato in uno dei periodi più gravi di interruzione delle comunicazioni e censura della sua storia», spiega Narges, analista ed esperta di reti e digitale in Iran, che vive all’estero. Il governo ha staccato la rete globale, bloccando le «comunicazioni in uscita e il traffico internet internazionale». Può comunicare solo chi è dalla parte del sistema. C’è una whitelist di cui fanno parte alcuni siti web, piattaforme di servizi e media controllati dal governo che hanno accesso all’internet globale. Per tutti gli altri c’è il blackout.

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