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Pioggia di missili, in Israele tutti nei rifugi. “Avanti anche senza Usa”

(reuters)

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Colpite Haifa, Beer Sheva e Tel Aviv. In Iran uccisi undici pasdaran. Netanyahu valuta se attaccare la centrale sotterranea di Fordow
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GERUSALEMME – Sono le 15.44 in punto quando Israele scende sottoterra. Un allarme prolungato, ripetuto e – al contrario di tutti quelli diffusi finora – esteso a tutto il territorio nazionale manda nei rifugi l’intera popolazione del Paese: o almeno, tutti quelli che un rifugio lo hanno e possono raggiungerlo. È uno degli attacchi peggiori di questa settimana di guerra: 25 missili lanciati dall’Iran. Quelli non intercettati dall’Iron Dome colpiscono Haifa, Beer Sheva e Tel Aviv. Sono 44 i feriti in tutto: ma a essere colpito per il secondo giorno consecutivo (dopo l’attacco di giovedì all’ospedale Soroka di Beer Sheva) è anche il sentimento di superiorità militare, di imbattibilità con cui Israele ha vissuto questi mesi dopo essersi rialzato dallo shock del 7 ottobre 2023.

L’attacco pomeridiano è stato il culmine di un’altra giornata di massima tensione, qui in Israele ma anche in Iran: lanci di missili e raid dell’aviazione erano iniziati già dalla mattina. Ad essere colpita sul…

GERUSALEMME – Sono le 15.44 in punto quando Israele scende sottoterra. Un allarme prolungato, ripetuto e – al contrario di tutti quelli diffusi finora – esteso a tutto il territorio nazionale manda nei rifugi l’intera popolazione del Paese: o almeno, tutti quelli che un rifugio lo hanno e possono raggiungerlo. È uno degli attacchi peggiori di questa settimana di guerra: 25 missili lanciati dall’Iran. Quelli non intercettati dall’Iron Dome colpiscono Haifa, Beer Sheva e Tel Aviv. Sono 44 i feriti in tutto: ma a essere colpito per il secondo giorno consecutivo (dopo l’attacco di giovedì all’ospedale Soroka di Beer Sheva) è anche il sentimento di superiorità militare, di imbattibilità con cui Israele ha vissuto questi mesi dopo essersi rialzato dallo shock del 7 ottobre 2023.

L’attacco pomeridiano è stato il culmine di un’altra giornata di massima tensione, qui in Israele ma anche in Iran: lanci di missili e raid dell’aviazione erano iniziati già dalla mattina. Ad essere colpita sul lato israeliano era di nuovo Beersheva, la capitale del Sud. Questa volta nel mirino di Teheran è finito il quartiere tecnologico, dove c’è anche una delle sedi principali della Microsoft nel Paese, pesantemente danneggiato da un colpo alle sei del mattino. Il fatto che il missile non sia stato intercettato è il segno chiarissimo che il sistema di difesa Iron Dome, nonostante la retorica, non riesce a fermare tutti gli attacchi.

Sul lato iraniano sarebbero stati distrutti – secondo quello che dicono i giornali israeliani – decine tra lanciamissili e siti di stoccaggio dei razzi e altri obiettivi a Teheran. Le autorità iraniane questo non lo ammettono, mentre hanno riconosciuto che undici membri dei Pasdaran (i Guardiani della rivoluzione) sono stati uccisi negli attacchi contro una base a Bostanabad, nella lontana provincia dell’Azerbaijan orientale. La strage dimostra che, smaltita la sorpresa delle prime ore, il sistema militare della Repubblica islamica non riesce ancora a garantire la sicurezza dei suoi uomini.

Assieme ai bombardamenti incrociati, sono arrivate le minacce: il primo ministro Benjamin Natanyahu giovedì sera è andato in televisione per dire che Israele è determinato a fermare il nucleare dell’Iran, «con o senza il contributo di Trump». L’ipotesi - che alcuni fonti militari avrebbero rivelato alla voce degli esuli iraniani a Londra Iran International - è di puntare al bersaglio grosso, il sito nucleare sotterraneo di Fordow, per il quale in teoria sarebbero necessarie bombe che solo gli Stati Uniti hanno. Intanto il titolare della Difesa, Israel Katz, ha reso pubbliche le istruzioni inviate all’Idf: intensificare gli attacchi contro Teheran. La stessa Idf in serata ha diffuso un comunicato per preparare il pubblico di Israele a una campagna militare lunga. Quanto, non è dato sapere: ma per un Paese che da venti mesi è già in stato di guerra permanente, la cui economia è pesantemente danneggiata dall’assenza di migliaia di persone dalla vita produttiva perché impegnate nel servizio militare e da un turismo ridotto a zero, la notizia non è buona.

Ieri Gerusalemme sembrava una città fantasma: nelle viuzze dove di solito si affollano migliaia di pellegrini non c’era nessuno. Chiusi gli hotel dove bisognava prenotare con due anni di anticipo, sbarrati i bar e i ristoranti. I pochi aperti non servono cibo perché è inutile comprarlo quando in giro non c’è nessuno.

Quanto durerà? Dirlo oggi è impossibile. Quel che è certo è che qui l’offensiva finora raccoglie il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica, nonostante l’altissimo prezzo – per gli standard israeliani – che il Paese sta pagando: i numeri dicono che se si votasse oggi il Likud (il partito di Netanyahu) sarebbe il primo a livello nazionale, con 27 seggi alla Knesset, il numero più alto toccato dal 7 ottobre 2023.

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