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La testimonianza dall’Iran: “Intorno a noi un silenzio presagio di morte”

(reuters)

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Il racconto di una blogger di Teheran costretta a lasciare la città e a spostarsi nel nord dopo l’inizio del conflitto con Israele: “Siamo isolati dal blocco di internet che ci priva di ogni notizia, di ogni voce. Abbiamo provato a consolarci, a stare insieme come se bastasse la nostra presenza a colmare il vuoto, ma non ci siamo riusciti”
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Oggi il silenzio è ancora più pesante, tutte le connessioni internet sono state interrotte, non so nemmeno se potrò mai inviare queste righe. Eppure, mi sono promessa di scrivere, di non lasciare che le mie emozioni si perdano nel vuoto, anche se nessuno le potrà leggere subito.

Sono riuscita a incontrare le amiche che non vedevo dai tempi del liceo: eravamo tutte più cupe del solito, ognuna di noi parlava delle persone care che sono rifugiate in altre città e con cui non riusciamo a metterci in contatto. Siamo isolati dal blocco di internet che ci priva di ogni notizia, di ogni voce. Abbiamo provato a consolarci, a stare insieme come se bastasse la nostra presenza a colmare il vuoto, ma non ci siamo riusciti. In queste condizioni, la lontananza pesa il doppio. Forse, in altri tempi, sarebbe stato bello dimenticare il cellulare e vivere il momento. Ma oggi, senza la possibilità di sapere come stanno i nostri cari, tutto è più difficile. Poi sono riuscita a parlare con alcuni am…

Oggi il silenzio è ancora più pesante, tutte le connessioni internet sono state interrotte, non so nemmeno se potrò mai inviare queste righe. Eppure, mi sono promessa di scrivere, di non lasciare che le mie emozioni si perdano nel vuoto, anche se nessuno le potrà leggere subito.

Sono riuscita a incontrare le amiche che non vedevo dai tempi del liceo: eravamo tutte più cupe del solito, ognuna di noi parlava delle persone care che sono rifugiate in altre città e con cui non riusciamo a metterci in contatto. Siamo isolati dal blocco di internet che ci priva di ogni notizia, di ogni voce. Abbiamo provato a consolarci, a stare insieme come se bastasse la nostra presenza a colmare il vuoto, ma non ci siamo riusciti. In queste condizioni, la lontananza pesa il doppio. Forse, in altri tempi, sarebbe stato bello dimenticare il cellulare e vivere il momento. Ma oggi, senza la possibilità di sapere come stanno i nostri cari, tutto è più difficile. Poi sono riuscita a parlare con alcuni amici di Teheran al telefono, la tristezza è la stessa, per tutti. Le nostre menti sono affollate di domande, i nostri cuori sempre più tristi. Temo che qualcosa sia successo e che io non lo sappia, come nell’ottobre del 2019, quando il silenzio della rete nascondeva morti e tragedie che abbiamo scoperto solo dopo.

Anche le banche sono offline, irraggiungibili. È difficile andare avanti così. Per inviare queste parole devo fotografare lo schermo del mio cellulare con quello di mia madre, l’unico in questa con una connessione precaria e WhatsApp. E allora penso alla guerra. Che parola crudele. Finché non la vivi sulla pelle, non puoi capire quanto sia spietata. Spero che nessuno debba mai conoscere davvero il significato di questa parola. Ieri notte mi sono svegliata di colpo per dei rumori: all’inizio pensavo fosse solo un incubo, poi ho capito che non lo era. Sono venuta da Teheran al nord per cercare sicurezza e per stare vicino a mia madre, ma ora so che nessun luogo in Iran è sicuro. Ho abbracciato mia madre, mio fratello, il mio gatto: qui, come a Teheran, il pericolo è ovunque.

Forse bisognerebbe andare via dall’Iran. Ma so che anche da lontano, anche da straniera, ogni notizia dall’Iran sarebbe una ferita. È come quando il tuo cuore batte fuori dal corpo: è difficile spiegare quello si prova. L’Iran è uno dei paesi più belli al mondo ma ora è diventato uno dei più tristi. E io, come tanti, continuo a scrivere per non dimenticare, per lasciare una traccia, per sperare che qualcuno, oltre il muro del silenzio, possa ascoltare la nostra voce e capire che dietro ogni notizia ci sono persone, volti, storie che chiedono solo la fine di questa guerra.

*L’autrice è una blogger di Teheran che scrive sotto pseudonimo

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