✕

Le tre incognite dopo l’attacco americano sull’Iran

(reuters)
Una serie di rischi per l’America e il mondo intero ruotano attorno a tre punti fondamentali: la risposta di Teheran, la possibilità o meno che l’operazione americana abbia posto fine al programma nucleare e il futuro del conflitto
3 minuti di lettura

Il presidente Trump ha dichiarato di aver ottenuto un “successo militare spettacolare” per la distruzione di tre siti in Iran; vedremo se è vero. Quel che è certo è che Trump ha trascinato l’America in una guerra con l’Iran che, per sua stessa ammissione, potrebbe andare incontro a un’escalation.

Al di là dei dubbi sulla legittimità giuridica dei bombardamenti sull’Iran, vedo profilarsi una serie di rischi per l’America e il mondo intero, che ruotano attorno a tre fondamentali incognite. La prima riguarda le modalità con cui l’Iran risponderà agli Stati Uniti. La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva già promesso che “il danno che gli Stati Uniti subiranno sarà sicuramente irreparabile se entreranno militarmente in questo conflitto”.

L’Iran ha molte opzioni, tra cui sferrare attacchi a basi americane in Iraq, in Bahrein o altrove nella regione. Potrebbe ricorrere ad attacchi informatici, attaccare ambasciate statunitensi o sostenere azioni terroristiche.

Un’ult…

Il presidente Trump ha dichiarato di aver ottenuto un “successo militare spettacolare” per la distruzione di tre siti in Iran; vedremo se è vero. Quel che è certo è che Trump ha trascinato l’America in una guerra con l’Iran che, per sua stessa ammissione, potrebbe andare incontro a un’escalation.

Al di là dei dubbi sulla legittimità giuridica dei bombardamenti sull’Iran, vedo profilarsi una serie di rischi per l’America e il mondo intero, che ruotano attorno a tre fondamentali incognite. La prima riguarda le modalità con cui l’Iran risponderà agli Stati Uniti. La guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, aveva già promesso che “il danno che gli Stati Uniti subiranno sarà sicuramente irreparabile se entreranno militarmente in questo conflitto”.

L’Iran ha molte opzioni, tra cui sferrare attacchi a basi americane in Iraq, in Bahrein o altrove nella regione. Potrebbe ricorrere ad attacchi informatici, attaccare ambasciate statunitensi o sostenere azioni terroristiche.

Un’ulteriore opzione sarebbe tentare di chiudere, in parte o del tutto, lo Stretto di Hormuz, attaccando le navi o posizionando mine. Questo potrebbe rappresentare un duro colpo per l’economia mondiale, poiché un quarto del petrolio globale passa da lì. Alcuni esperti si sono detti convinti che gli Stati Uniti potrebbero, col tempo, riaprire lo stretto, ma con possibili costi economici e di altro tipo. Quando l’Iran minò lo stretto nel 1988, una mina danneggiò gravemente una fregata della Marina statunitense, la Samuel B. Roberts.

Quando, nel 2020, gli Stati Uniti assassinarono Qassim Suleimani, un generale iraniano di altissimo livello, l’Iran rispose lanciando una pioggia di missili contro basi americane in Iraq. Un aereo di linea ucraino fu colpito per errore, causando la morte di tutte le 176 persone a bordo.

Suppongo che stavolta l’Iran voglia rispondere con più forza, anche per cercare di ristabilire la deterrenza, ma il suo margine di intervento potrebbe risultare limitato. Gli attacchi israeliani ,ad esempio, potrebbero aver compromesso la sua capacità di minare lo stretto, cosa che tra l’altro danneggerebbe anche le esportazioni iraniane di petrolio verso la Cina, irritando i partner a Pechino.

Ma vale la pena ricordare le parole di James Mattis, ex segretario alla Difesa durante il primo mandato Trump: “Nessuna guerra è finita finché non lo sostiene anche il nemico. Noi possiamo pensare che sia finita, ma in realtà il nemico ha voce in capitolo”.

La seconda incognita è se gli attacchi israeliani e americani abbiano effettivamente posto fine alle iniziative nucleari dell’Iran, o se invece non abbiano addirittura accelerato il programma. Questo dipende, in parte, da quanto il bombardamento del sito di Fordow e degli altri impianti sia stato realmente efficace come sostenuto da Trump — e potrebbe volerci del tempo per capirlo.

Non era chiaro in anticipo se le bombe perforanti americane da 30.000 libbre fossero o meno in grado di distruggere l’impianto di arricchimento di Fordow, scavato nelle viscere di una montagna. E non sappiamo nemmeno se l’Iran disponga di ulteriori centrifughe, nascoste in un altro sito ancora ignoto.

Esiste ampio consenso sul fatto che un Iran dotato di armi nucleari sarebbe un disastro, e spingerebbe altri Paesi della regione ad avviare propri programmi militari. Ma Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, ha dichiarato pubblicamente questa primavera che l’Iran non stava costruendo un’arma nucleare. Trump non le ha dato credito.

Il rischio è che gli attacchi israeliani e americani spingano l’Iran a decidere di avere necessità di disporre di armi nucleari. In fondo, se l’Iran le avesse avute, è molto meno probabile che Israele l’avrebbe colpito. Secondo gli esperti, l’Iran ha già arricchito abbastanza materiale fossile ad alto livello da poter produrre fino a dieci armi nucleari; si riteneva che tale materiale si trovasse nella città di Isfahan. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno colpito Isfahan, ma non è chiaro se il sito sia stato distrutto.

La terza e ultima incognita è la più grande: questa è la fine o l’inizio del conflitto? Gli ottimisti come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sembrano convinti che Israele e gli Stati Uniti possano porre fine sia al programma nucleare che al regime iraniano. Va però ricordato che Netanyahu fu all’epoca un acceso sostenitore della guerra in Iraq, ritenendo che avrebbe provocato un cambiamento anche in Iran, mentre finì invece per favorirlo.

Anche se l’Iran ha perso la capacità di arricchire l’uranio, probabilmente non ne ha perso le competenze. Quindi, se il regime rimane al potere, potrebbe trattarsi più di una battuta d’arresto che della fine del programma nucleare.

Quanto all’idea che i bombardamenti distruggeranno il regime, non esistono grandi segnali in tal senso. Dissidenti iraniani come Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace, la scorsa settimana hanno condannato i bombardamenti e chiesto a Trump di fermarli, non di parteciparvi.

Nei miei viaggi in Iran ho visto quanto il regime sia impopolare. L’Iran, a livello di popolazione, mi è sempre sembrato uno dei paesi più filo-americani della regione, proprio perché il governo locale è avversato per via della sua corruzione, ipocrisia e incompetenza economica.

Questo filoamericanismo faceva sperare in bene per il futuro, dopo la morte della guida suprema.

Ma appare molto meno probabile che si arrivi a un governo filo-americano se siamo stati noi a muovere guerra all’Iran. Anzi, un cambio di regime potrebbe finire per assomigliare più a un colpo di stato guidato da elementi estremisti. Ancora una volta, lo spettro delle possibilità è immenso, e alcune prospettive sono decisamente allarmanti.

Il senatore Chris Van Hollen, democratico del Maryland, ha descritto così i rischi: “Siamo tutti d’accordo che l’Iran non debba avere un’arma nucleare, Trump ha abbandonato le iniziative diplomatiche mirate a quell’obiettivo e ha scelto invece di mettere inutilmente in pericolo vite americane, di esporre ulteriormente le nostre forze armate nella regione e di rischiare di trascinare l’America in un altro lungo conflitto in Medio Oriente. La comunità di intelligence statunitense ha ripetutamente dichiarato che secondo le sue stime l’Iran non sta costruendo un’arma nucleare. C’era ancora tempo per lasciare spazio alla diplomazia.”

Concordo con questa visione. Il discorso di Trump è stato trionfalistico, ma è decisamente troppo presto per festeggiare e restano ancora troppe incognite.

Traduzione di Emilia Benghi

c.2025 The New York Times Company

Leggi i commenti