Nelle more di una decisione che Trump non ha ancora preso (ma pare imminente) e che Netanyahu attende con ansia, desideroso com’è di chiudere quanto prima l’offensiva in Iran, le manovre belliche americane vanno avanti. Dopo le tre portaerei che stanno incrociando nel e verso il Mar Arabico, il Pentagono muove i bombardieri B-2, gli unici capaci di trasportare la superbomba da 13 tonnellate ad altissimo potere di penetrazione (buca fino a 60 metri di profondità) che serve per distruggere l’impianto nucleare di Fordow, costruito all’interno di una montagna.
Dalla base di Whiteman, in Missouri, si sono alzati in volo 6 dei 21 bombardieri B-2 Spirit (invisibili ai radar) a disposizione dell’aviazione americana e hanno fatto rotta, almeno a quanto si deduce dal tracciamento di otto aerei cisterna incaricati di rifornirli in aria, verso l’isola statunitense di Guam, in Micronesia. Lo hanno scoperto alcuni analisti che monitorano il traffico dei velivoli su fonti aperte e che già ad a…
Nelle more di una decisione che Trump non ha ancora preso (ma pare imminente) e che Netanyahu attende con ansia, desideroso com’è di chiudere quanto prima l’offensiva in Iran, le manovre belliche americane vanno avanti. Dopo le tre portaerei che stanno incrociando nel e verso il Mar Arabico, il Pentagono muove i bombardieri B-2, gli unici capaci di trasportare la superbomba da 13 tonnellate ad altissimo potere di penetrazione (buca fino a 60 metri di profondità) che serve per distruggere l’impianto nucleare di Fordow, costruito all’interno di una montagna.
Dalla base di Whiteman, in Missouri, si sono alzati in volo 6 dei 21 bombardieri B-2 Spirit (invisibili ai radar) a disposizione dell’aviazione americana e hanno fatto rotta, almeno a quanto si deduce dal tracciamento di otto aerei cisterna incaricati di rifornirli in aria, verso l’isola statunitense di Guam, in Micronesia. Lo hanno scoperto alcuni analisti che monitorano il traffico dei velivoli su fonti aperte e che già ad aprile avevano rivelato la presenza di B-2 nella base sull’atollo Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, durante la campagna americana contro gli Houti.
Non significa che Trump abbia già ordinato l’attacco all’Iran: sono manovre preparatorie, a volte eseguite solo allo scopo di farsi vedere dal nemico e mettergli pressione al tavolo del negoziato, ma comunque funzionali all’offensiva, se e quando sarà lanciata. «Entro due settimane deciderò», ha detto giovedì scorso il presidente Usa, lasciando aperta ogni ipotesi di tempistica. E ieri sera, reduce da una cena nel suo golf club in New Jersey dove ha cercato di placare la base Maga che è scettica verso l’interventismo, il tycoon ha di nuovo convocato alla Casa Bianca il Consiglio di sicurezza nazionale.
«Il coinvolgimento americano sarebbe estremamente pericoloso per tutti», avverte da Istanbul il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre Israele invia 30 caccia a colpire infrastrutture militari, radar e postazioni di lancio nella regione di Ahavaz, nel sud-ovest dell’Iran, lungo la rotta che dovrebbero seguire i B-2 americani per raggiungere Fordow. Due giorni fa l’incontro senza esito a Ginevra tra Araghchi, i ministri di Francia, Regno Unito, Germania e Kaja Kallas, capa della politica estera Ue. «Siamo pronti a una soluzione sul programma nucleare, ma l’Iran non può trattare con gli Stati Uniti quando il suo popolo è sotto bombardamenti», dichiara il ministro della Repubblica islamica, sostenendo che gli Stati Uniti, di fatto, abbiano partecipato agli attacchi israeliani sin dal primo giorno.
Netanyahu ha fretta. Secondo la Reuters, che cita due diverse fonti, c’è stata una telefonata molto tesa tra esponenti del governo dello Stato ebraico (tra cui lo stesso premier, il ministro della Difesa Israel Katz e il Capo di stato maggiore Eyal Zamir) e l’amministrazione Trump, durante la quale gli israeliani hanno detto di non voler aspettare le due settimane concesse da Trump al negoziato, facendo capire che le forze armate israeliane potrebbero agire a Fordow da sole. «La finestra di opportunità si sta chiudendo», hanno spiegato. A Washington, però, il vicepresidente J.D. Vance e il segretario della Difesa Pete Hegseth hanno frenato: gli Stati Uniti, a loro a parere, non dovrebbero essere coinvolti direttamente nella guerra.
Trump, però, ha escluso Hegseth dal dossier iraniano: prende le decisioni confrontandosi con una cerchia ristretta, composta da Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato Steve Witkoff, il capo della Cia John Ratcliffe, i generali a quattro stelle Erik Kurilla e Dan Caine. Ma la rottura più clamorosa è con la numero uno degli 007, Tulsi Gabbard, direttrice della National intelligence, sconfessata pubblicamente questa settimana. «Si sbaglia», ha detto il tycoon riferendosi alla testimonianza di marzo al Congresso, dove Gabbard aveva escluso che Teheran stesse costruendo una bomba atomica. La direttrice ha subito dovuto fare dietrofront: «I media disonesti stanno intenzionalmente estrapolando la mia deposizione dal contesto per alimentare la divisione».