Nusseibeh: “La nuova guerra non oscura il dramma palestinese. La pressione su Israele crescerà”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Per misurare quanto negli ultimi venti mesi - ma ancora di più negli ultimi sette giorni - si sia ristretto il mondo dei palestinesi, basta prendere Sari Nusseibeh: intellettuale, filosofo, ex presidente dell’Università Al Quds di Gerusalemme, membro di una importante famiglia del Paese: cosmopolita per nascita (è nato a Damasco) e per esistenza (la sua famiglia è sparsa per l’Europa, il mondo arabo e gli Stati Uniti), oggi fatica a raggiungere la sua casa di Gerico, venti minuti di auto da Gerusalemme. Troppi check point dal 7 ottobre 2023, troppe strade chiuse all’improvviso e senza motivo, troppa tensione fra i soldati addetti ai controlli. E, nell’ultima settimana, il blocco quasi totale della Cisgiordania imposto da Israele all’inizio dell’offensiva sull’Iran. Nonostante questo, Nusseibeh 76 anni, uno fra i più importanti intellettuali palestinesi, il mondo non rinuncia a guardarlo e a ragionarci su.
Professore, tutti gli occhi sono sull’Iran: non ha paura …
GERUSALEMME – Per misurare quanto negli ultimi venti mesi - ma ancora di più negli ultimi sette giorni - si sia ristretto il mondo dei palestinesi, basta prendere Sari Nusseibeh: intellettuale, filosofo, ex presidente dell’Università Al Quds di Gerusalemme, membro di una importante famiglia del Paese: cosmopolita per nascita (è nato a Damasco) e per esistenza (la sua famiglia è sparsa per l’Europa, il mondo arabo e gli Stati Uniti), oggi fatica a raggiungere la sua casa di Gerico, venti minuti di auto da Gerusalemme. Troppi check point dal 7 ottobre 2023, troppe strade chiuse all’improvviso e senza motivo, troppa tensione fra i soldati addetti ai controlli. E, nell’ultima settimana, il blocco quasi totale della Cisgiordania imposto da Israele all’inizio dell’offensiva sull’Iran. Nonostante questo, Nusseibeh 76 anni, uno fra i più importanti intellettuali palestinesi, il mondo non rinuncia a guardarlo e a ragionarci su.
Professore, tutti gli occhi sono sull’Iran: non ha paura che quello che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, e in generale la questione palestinese, vengano dimenticate?
«Non ne sono certo. Nel complesso mi pare che nel mondo la gente sia molto toccata da ciò che sta accadendo a Gaza e molto solidale con la causa palestinese. E che questo interesse sia aumentato, non diminuito, con la guerra con l’Iran. Semmai questo conflitto ha rafforzato l’interesse per il problema palestinese e portato la gente a farsi domande ampie: cosa vuole ottenere Israele? Dove si fermerà? La gente non si preoccupa solo dei cinquanta morti che ci sono a Gaza ogni giorno, ma della questione palestinese nella sua interezza».
Lei parla delle piazze, ma i governi sono su posizioni diverse…
«Se pensiamo al Vietnam o all’apartheid in Sudafrica ci rendiamo conto che allora ci volle molto tempo prima che i governi iniziassero a cambiare rotta come chiedevano le piazze. Io credo che la crescente simpatia per la causa palestinese sia positiva, ma solo nel lungo periodo capiremo se avrà un effetto sui governi».
Lei conosce bene la società israeliana, era nel team che ha partecipato ai negoziati di Madrid nel 1991. Ha presentato una road map per la pace con Amy Ayalon, ex capo dello Shin Bet: crede che la pressione internazionale abbia una reale influenza su Israele?
«Quello che sta succedendo in questi giorni rende ancora più difficile immaginare come l’Israele di oggi possa accettare di arrivare a una pace equa con i palestinesi. La società intera di Israele, non solo Netanyahu, è arrivata a vedersi come un Paese che non insegue solo il sogno di un rifugio sicuro, di una patria per gli ebrei perseguitati per migliaia di anni. Ma che dice: “Siamo stati vessati da tutti questi imperi negli ultimi 2000 anni. Ora tocca a noi creare il nostro impero. Si estenderà su tutto il Medio Oriente: sarà il più potente e non farà compromessi"».
Da come parla, non sembra esserci spazio per la pace in questo momento..
«Noi palestinesi nel tempo abbiamo trovato il modo di convivere con il sionismo: anche se non ci piaceva. Abbiamo capito che non c’era altro modo che dividere la terra: ed ecco allora l’idea del Due Stati. Ma quando parliamo di questa forma estrema di pensiero che è il segno distintivo dell’Israele di oggi… non so, non ho risposte. Temo che serviranno tempi lunghi. Magari mi sbaglio: e la necessità di fermare la guerra in Iran darà alla comunità internazionale un ruolo tale che riuscirà anche a spingere per una soluzione equa fra Israele e noi palestinesi».
Soluzione equa vuol dire due Stati? Con il livello di violenza degli ultimi venti mesi?
«Tutto è possibile: è già successo prima. Negli anni successivi alla Nakba (la cacciata dei palestinesi in contemporanea con la nascita dello Stato di Israele ndr) l’idea stessa di riconoscere Israele era inaudita. Ma con il tempo le cose cambiano: la gente ha iniziato a rendersi conto che una cosa è essere furiosi per quello che ti è successo, un’altra è fare della rabbia la base della tua esistenza. Così sarà in futuro: se riusciamo a essere razionali e a provare a immaginare la formula per un domani migliore da lasciare ai nostri figli, i due Stati sono l’obiettivo più razionale».
Non solo questo governo, ma questo Israele, non accetterà mai: lo ha detto anche lei…
«Questa è la terra dei miracoli, i miracoli succedono».