Gli sguardi seri, gli scambi sussurrati all’orecchio, Trump con indosso il suo immancabile berretto rosso: “Make America Great Again”. Un messaggio chiaro. Le immagini della Situation room, da cui il presidente degli Stati Uniti e altri funzionari della sua amministrazione hanno seguito i bombardamenti a tre siti nucleari iraniani, a Fordow, Natanz ed Esfahan, sono già parte della storia.
Così fu per quelle che immortalarono Barack Obama durante l’operazione che portò all’uccisione di Osama bin Laden nel 2011 o quelle di George W. Bush, fotografato nella stanza blindata il 21 marzo 2003, durante la guerra in Iraq. In quella stessa sala, grande poco più di cinquecento metri quadrati, seduti accanto a Donald Trump questa notte ci sono il vicepresidente J.D Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.
Nella sala centrale entrano solo il presidente, il capo dello staff, i consiglieri militari e civili dell'Intelligenc…
Gli sguardi seri, gli scambi sussurrati all’orecchio, Trump con indosso il suo immancabile berretto rosso: “Make America Great Again”. Un messaggio chiaro. Le immagini della Situation room, da cui il presidente degli Stati Uniti e altri funzionari della sua amministrazione hanno seguito i bombardamenti a tre siti nucleari iraniani, a Fordow, Natanz ed Esfahan, sono già parte della storia.
Così fu per quelle che immortalarono Barack Obama durante l’operazione che portò all’uccisione di Osama bin Laden nel 2011 o quelle di George W. Bush, fotografato nella stanza blindata il 21 marzo 2003, durante la guerra in Iraq. In quella stessa sala, grande poco più di cinquecento metri quadrati, seduti accanto a Donald Trump questa notte ci sono il vicepresidente J.D Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.
Nella sala centrale entrano solo il presidente, il capo dello staff, i consiglieri militari e civili dell'Intelligence. E così la possibilità di guardare dentro la stanza più inaccessibile della Casa Bianca, voluta e costruita dalla presidenza Kennedy, restituisce uno scenario inusuale.
Il direttore della Cia, John Ratcliffe, tiene le mani giunte davanti al volto, l’espressione impassibile. Dietro di lui, il segretario della difesa, Pete Hegseth si avvicina all'avvocato David Warrington e al vicecapo dello staff, Dan Scavino e dice loro qualcosa sottovoce.
Il capo di Stato maggiore, il generale Dan Caine, la più alta carica militare delle forze armate statunitensi, fa le “corna” con le mani. Non un gesto scaramantico all’italiana, probabilmente stava descrivendo il raid, mimando con le mani l'attacco aereo.
Accanto a lui c’è Susie Wiles, capa di gabinetto e prima donna a ricoprire l’incarico, e nella stanza anche Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale, che solo a marzo sembrava non avere dubbi: l’Iran non stava costruendo un’arma nucleare, aveva detto, prima di essere smentita dalla Casa Bianca.
Tutt’intorno a loro, bottiglie di plastica consumate a metà, evidenziatori, faldoni. In questa scena Trump appare il più serioso: circondato dai ministri, guarda davanti a sé. Tiene sotto controllo la missione, ma anche la stanza intera, muovendosi tra le poltrone su cui siedono i suoi funzionari.
Da questa stessa sala, da cui stanotte ha assistito ai bombardamenti sull’Iran, durante la sua prima presidenza Trump aveva seguito l'operazione che ha portato alla morte del leader dell'Isis, Abu Bakr al Baghdadi. Questa volta, però, sulla testa ha il cappellino “Maga”: per il presidente che vuole in Nobel per la pace, l’attacco americano all’Iran, ha detto, “cambierà la storia”.