“Martello di mezzanotte” Usa con Tomahawk, B-2 e Mop: sull'Iran potenza di fuoco senza precedenti
di Gianluca Di FeoROMA – L’interminabile volo no stop dei bombardieri stealth B-2, decollando dal Missouri e rimanendo in aria per diciotto ore in modo che nessun alleato venisse coinvolto nell’operazione. Quando poi i velivoli entrano in Iran, il sottomarino nucleare Uss Georgia fa partire una bordata di missili cruise Tomahawk che si sincronizza con l’attacco degli aerei, integrandone la forza distruttiva. Quello andato in scena sull’Iran in fondo è un copione consolidato; lo stesso con cui da oltre un quarto di secolo l’America inizia le sue guerre: un’incursione congiunta di B-2 Spirit e missili Tomahawk, come nel 1999 contro Belgrado e nel 2003 contro Baghdad. Solo che il “Martello di Mezzanotte” del Pentagono – questo il nome della missione – non ha visto schierare un paio di superbombardieri come in passato, ma ben sette: una potenza di fuoco senza precedenti giustificata dalla rilevanza strategica dei bersagli.
Eppure dal punto di vista strettamente militare, il raid di questa notte è stat…
ROMA – L’interminabile volo no stop dei bombardieri stealth B-2, decollando dal Missouri e rimanendo in aria per diciotto ore in modo che nessun alleato venisse coinvolto nell’operazione. Quando poi i velivoli entrano in Iran, il sottomarino nucleare Uss Georgia fa partire una bordata di missili cruise Tomahawk che si sincronizza con l’attacco degli aerei, integrandone la forza distruttiva. Quello andato in scena sull’Iran in fondo è un copione consolidato; lo stesso con cui da oltre un quarto di secolo l’America inizia le sue guerre: un’incursione congiunta di B-2 Spirit e missili Tomahawk, come nel 1999 contro Belgrado e nel 2003 contro Baghdad. Solo che il “Martello di Mezzanotte” del Pentagono – questo il nome della missione – non ha visto schierare un paio di superbombardieri come in passato, ma ben sette: una potenza di fuoco senza precedenti giustificata dalla rilevanza strategica dei bersagli.
Eppure dal punto di vista strettamente militare, il raid di questa notte è stato più semplice: le difese dei pasdaran sono state azzerate da otto giorni di assalti israeliani ininterrotti, che hanno spazzato via radar, batterie terra-aria e caccia intercettori. Ieri sera subito dopo il tramonto le squadriglie dello Stato ebraico si sono gettate proprio sulla regione più meridionale, colpendo le installazioni di Bandar Abbas e aprendo un ulteriore varco nella rete d’avvistamento iraniana: una breccia perfetta per i cruise provenienti dal mare. Questa azione ha preceduto di poche ore l’arrivo dei B-2, tempistica che spinge a dubitare della cronologia ufficiale del raid americano e in particolare del momento in cui Donald Trump ha preso la decisione: l’ordine di attacco è stato trasmesso venerdì o sabato?
Ieri c’era stato anche il grande diversivo dei B-2 decollati dagli States e atterrati sull’isola di Guam, a cinquemila chilometri dall’Iran: una mossa studiata perché avesse ampio riverbero sui social e quindi distraesse chi dispone di satelliti spia - come Cina e Russia - e che avrebbe potuto informare Teheran dell’inizio di un’operazione statunitense.
Invece nelle stesse ore un’altra formazione di B-2 ha sfruttato le sue doti di invisibilità, muovendosi senza lasciare tracce e raggiungendo gli obiettivi. “Possono andare dovunque nel mondo senza essere avvistati”, ha sottolineato il capo del Pentagono Pete Hegseth. Si sono accaniti su Fordow, la montagna che custodiva sotto novanta metri di roccia le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, fondamentali per i disegni nucleari iraniani. Il B-2 è il solo velivolo a potere trasportare l’unica arma in grado di far collassare i laboratori scavati nel ventre di Fordow: la BU-57 Mop, un ordigno mostruoso pesante tredici tonnellate e lungo oltre sei metri, che penetra sessanta metri di cemento e poi innesca 2,3 tonnellate di esplosivo polimerico, progettato per generare un effetto simile a un terremoto.
La “montagna nucleare” è stata trafitta da dieci ordigni “spacca-bunker”, sganciati da cinque bombardieri, che in rapida successione si sono infilati al livello dei laboratori e sono scoppiati, tentando di sincronizzare una catena di esplosioni per amplificare l’onda d’urto letale. Sull’altro polo di ricerche segrete di Natanz, bersagliato con quattro di queste bombe “bunker buster”, sono stati pure scagliati numerosi missili cruise.
Il terzo obiettivo, quello di Isfahan, è stato preso di mira soltanto dai cruise, probabilmente ritenendo che l’estensione delle installazioni sotterranee fosse limitato.
Non è chiaro quanti missili Tomahawk siano stati utilizzati. Molti dei cruise dovrebbero appartenere all’ultima versione Block V che può essere dotata di una ogiva perforante per neutralizzare bunker e hangar corazzati: in media ciascuno trasporta mezza tonnellata di esplosivo. Sono stati lanciati soprattutto dal sottomarino nucleare USS Georgia, una cannoniera dei tempi moderni che imbarca 154 di questi missili: restando in immersione, ne fa partire sette alla volta.
Il Pentagono ha parlato di 75 ordigni di precisione complessivi, numero che potrebbe però includere anche armi antiradar scagliate per proteggere l’incursione. Ben 125 velivoli americani sono stati mobilitati per il “Martello di Mezzanotte”: oltre a B-2, si è trattato delle cisterne che li hanno riforniti, dei radar volanti che hanno sorvegliato la zona, di caccia specializzati nell’eliminazione della contraerea, di altri da difesa aerea e tanti aerei specializzati nelle contromisure elettroniche che hanno nascosto ai residui radar iraniani l’arrivo dell’ondata di cruise. Non si sa se per i danni inflitti dagli israeliani o per l’efficacia di questi schermi, ma contro gli americani non è stato sparato un solo colpo, permettendogli di arrivare indisturbati sui tre obiettivi e - come ha detto Donald Trump - “obliterare il programma nucleare iraniano”.
Adesso gli occhi sono puntati sulla rappresaglia degli ayatollah. Non a caso, ieri sera gli israeliani hanno distrutto i comandi navali dei Guardiani della Rivoluzione incaricati di operare nello Stretto di Hormuz: se la ritorsione prenderà di mira la rotta marittima del petrolio, l’impegno statunitense nel conflitto si allargherà in fretta.