NEW YORK – Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, vede insieme speranze e pericoli, nella pausa che Trump ha adottato prima di attaccare la Repubblica islamica: «Il presidente ha preso tempo perché non vuole fare la guerra contro l’Iran. Lo spiraglio per la diplomazia è dunque ancora aperto, ma il problema è che non ha articolato un processo negoziale per arrivarci».
Il capo della Casa Bianca sembra non volere la guerra
«Non credo che l’opzione militare sia quella buona. Trump l’ha rinviata perché se gli Usa entreranno in guerra, non sarà solo aerea. Una volta iniziata, non sai come finisce. Potrebbe essere molto costosa per l’America, sia per la perdita di soldati, sia per le risorse che richiederà, con il rischio che si ripeta l’Iraq. Non ci sono scenari facili, qualunque cosa dicano i sostenitori dell’intervento».
C’è ancora spazio per la diplomazia?
«Neanche gli iraniani vogliono che gli Usa entrino in guerra, ma non accetteranno una resa incondizionata. Forse s…
NEW YORK – Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, vede insieme speranze e pericoli, nella pausa che Trump ha adottato prima di attaccare la Repubblica islamica: «Il presidente ha preso tempo perché non vuole fare la guerra contro l’Iran. Lo spiraglio per la diplomazia è dunque ancora aperto, ma il problema è che non ha articolato un processo negoziale per arrivarci».
Il capo della Casa Bianca sembra non volere la guerra
«Non credo che l’opzione militare sia quella buona. Trump l’ha rinviata perché se gli Usa entreranno in guerra, non sarà solo aerea. Una volta iniziata, non sai come finisce. Potrebbe essere molto costosa per l’America, sia per la perdita di soldati, sia per le risorse che richiederà, con il rischio che si ripeta l’Iraq. Non ci sono scenari facili, qualunque cosa dicano i sostenitori dell’intervento».
C’è ancora spazio per la diplomazia?
«Neanche gli iraniani vogliono che gli Usa entrino in guerra, ma non accetteranno una resa incondizionata. Forse sono in corso scambi di messaggi, ma è presto per prevedere se la crisi finirà con un conflitto oppure no».
Cosa vogliono gli iraniani?
«Come prima cosa che gli Usa dimostrino di essere in grado di controllare Israele, poi sarà possibile trattare. Quello che abbiamo visto finora sono ultimatum e richieste da parte del presidente, ma nessuna negoziazione. È nel suo carattere, ma in sostanza dice: questo è quanto vogliamo, dovete accettarlo».
Un attacco mirato contro i laboratori sotterranei di Fordow non sarebbe utile?
«Dipende se si tratta solo di quello, oppure è un bombardamento più grande con obiettivi nella leadership politica, inclusa la guida suprema Khamenei. Una volta fatto questo, poi sai che non puoi controllare gli effetti e come reagirebbero gli iraniani. Potrebbero rinunciare a rispondere e tornare al tavolo della trattativa. Il caso peggiore però è che reagiscano chiudendo lo Stretto di Hormuz, attaccando obiettivi nel Golfo e basi Usa, o uccidendo soldati americani. In questo caso dove ci si fermerà?».
Come immagina il negoziato che finora è mancato?
«L’approccio dell’Iran è dire che le trattative vertono su come garantire che non avrà la bomba atomica, ma ci sono molti aspetti che entrano in gioco: il livello di arricchimento, le scorte, le ispezioni, le centrifughe, la ricerca. Gli americani hanno detto che Teheran deve rinunciare a tutto il suo arricchimento, senza però chiarire questi dettagli chiave».
Tanto gli Stati Uniti, quanto gli europei, chiedono di portare a zero l’arricchimento. È un obiettivo possibile e realistico?
«Non so se l’Iran lo accetterà in questa fase. La sua posizione è che l’arricchimento è un suo diritto in base al Trattato di non proliferazione. Se rinunciasse, significherebbe in sostanza accettare lo status di cittadino di seconda classe nel diritto internazionale, e non lo farebbe perché sarebbe una violazione del TNP. Sono firmatari del Trattato, ma forse in certe circostanze potrebbero accettare. Il problema è che al momento non esistono. Cosa offrono l’Europa e gli Stati Uniti, oltre alle minacce di guerra? Non c’è un accordo positivo sul tavolo, Trump non ha mai detto cosa darebbe in cambio».
L’arricchimento potrebbe essere trasferito in Russia?
«Ci potrebbero essere un sacco di soluzioni creative da adottare. Però se insisti solo sul fatto che l’Iran non ha alcun diritto all’arricchimento e deve rinunciare alla legge, significa chiedergli di essere un’eccezione nel diritto internazionale».
La sopravvivenza del regime non sarebbe una contropartita sufficiente?
«Ad esempio, non si parla minimamente di revoca delle sanzioni all’Iran. Dunque dov’è il pacchetto? È molto chiaro cosa vuole il presidente Trump, ma cosa dà? Sta garantendo che le sanzioni all’Iran saranno completamente revocate? Al momento non offre nulla, però chiede la fine del programma nucleare. Forse l’Iran diventerà così debole da dover accettare la resa, ma al momento non è così, ed è possibile che non lo sarà neppure fra due settimane. Quindi ogni volta che suggerisci di bombardarlo, significa che non stai più aspettando che diventi abbastanza debole da arrendersi, e perciò potrebbe essere ancora in grado di reagire. Così adotti un’opzione militare che potrebbe portarti in una direzione completamente diversa da quella che avevi immaginato e ti aspetti».