La partecipazione dell’America alla guerra “espande il raggio dei legittimi obiettivi” per una reazione militare dell’Iran. L’affermazione del portavoce dello stato maggiore di Teheran non sorprende certamente il Pentagono: lo stesso Donald Trump, nel rivendicare il successo del bombardamento degli impianti nucleari iraniani, ha ammonito il regime degli ayatollah a non rispondere attaccando gli interessi e le postazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ci sono almeno 19 basi militari americane nella regione, tutte alla portata dei missili dei Pasdaran. Ma molto dipende da come potrebbero essere colpiti, come insegna la lezione del passato: se direttamente dall’Iran o da uno dei suoi eserciti “per procura”, dagli Hezbollah nel Libano agli Houti nello Yemen fino varie milizie filo-iraniane in Iraq.
La partecipazione dell’America alla guerra “espande il raggio dei legittimi obiettivi” per una reazione militare dell’Iran. L’affermazione del portavoce dello stato maggiore di Teheran non sorprende certamente il Pentagono: lo stesso Donald Trump, nel rivendicare il successo del bombardamento degli impianti nucleari iraniani, ha ammonito il regime degli ayatollah a non rispondere attaccando gli interessi e le postazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ci sono almeno 19 basi militari americane nella regione, tutte alla portata dei missili dei Pasdaran. Ma molto dipende da come potrebbero essere colpiti, come insegna la lezione del passato: se direttamente dall’Iran o da uno dei suoi eserciti “per procura”, dagli Hezbollah nel Libano agli Houti nello Yemen fino varie milizie filo-iraniane in Iraq.
I precedenti
Nel gennaio 2020, reagendo all’assassinio con un drone del generale Qasem Soleimani, capo dell’unità Al Quds delle Guardie della Rivoluzione, l’Iran lanciò decine di missili contro due basi militari Usa in Iraq, ad Al-Asad e a Erbil. Si trattava del più grande attacco missilistico mai compiuto contro forze americane all’estero. Ma alcune ore prima dell’attacco, il comando iraniano avvertì il governo iracheno, che avvertì Washington, che mise in allerta le due basi. I missili raggiunsero il bersaglio, senza tuttavia fare vittime o feriti. La maggior parte dei soldati aveva lasciato le basi o si era rifugiata nei bunker. Ci furono soltanto minimi danni materiali. Donald Trump, allora nel suo primo mandato presidenziale, decise che non era necessario rispondere, per non innescare una escalation, esortando l’Iran a “scegliere la pace”. L’episodio si concluse così. Ma l’attacco americano odierno è stato una sfida assai più ampia e l’ayatollah Ali Khamenei aveva preventivamente minacciato una severa risposta se gli Stati Uniti avessero preso parte all’offensiva di Israele.
Il più grave attacco a una base americana fu quello dell’ottobre 1983 da parte di Hezbollah al quartier generale della forza multinazionale di pace a Beirut: un attentato dinamitardo che causò la morte di 241 Marine Usa e 56 paracadutisti francesi. Il moltiplicarsi di terrorismo e rapimenti causò pochi mesi dopo il ritiro delle forze di pace. Nell’aprile dello stesso anno un altro attentato contro l’ambasciata americana a Beirut uccise 32 libanesi, 17 statunitensi e 14 visitatori di varia nazionalità. Da allora l’America non ha più basi in Libano. Ma ne ha due decine in mezza dozzina di altri Paesi mediorientali.
Bahrein
Il piccolo emirato ospita il quartier generale della Quinta Flotta della U.S. Navy, la cui responsabilità include il Golfo Persico, il mar Rosso, il mare d’Arabia e parte dell’oceano Indiano.
Qatar
È qui che si trova la più grande base americana in Medio Oriente, con circa 10 mila soldati. Situata nel deserto, al di fuori della capitale Doha, la Al Udeid Air Base è il quartier generale dello U.S. Central Command, il comando centrale che dirige le operazioni militari degli Stati Uniti dall’Egitto al Kazakhstan e che è stato certamente a conoscenza dell’attacco dei bombardieri Usa agli impianti nucleari iraniani.
Kuwait
Il regno invaso da Saddam Hussein nel 1990 ospita varie basi americane, tra cui Camp Arifjan, base della U.S. Army, Ali Al Salem Air Base, a 40 chilometri dal confine con l’Iraq, detta “TheRock” (La Roccia) per l’ambiente isolato e selvaggio in cui si trova, e Camp Buehring, creato nel 2003 per l’invasione dell’Iraq e successivamente usato anche per operazioni di forze speciali in Siria.
Emirati Arabi Uniti
La Al Dhafra Air Base, situata a sud della capitale Abu Dhabi e condivisa con l’aviazione emiratina, è stata un cruciale centro strategico per le missioni della U.S. Air Force contro il sedicente stato islamico dell’Isis e per voli di ricognizione in tutta la regione. Il porto Jebel Ali di Dubai, pur non essendo una base militare, accoglie frequentemente navi da guerra americane, incluse portaerei.
Iraq
Gli Stati Uniti continuano a operare la base di Al Asad attaccata dall’Iran nel 2020, per dare sostegno alle forze di sicurezza irachene e contribuire a missioni della Nato. Quanto alla base di Erbil, anch’essa nel mirino dell’attacco iraniano del 2020, è un centro militare americano di intelligence, addestramento e coordinamento logistico.
Arabia Saudita
Più di 2.300 soldati americani sono stazionati nel regno saudita, in appoggio al governo di Riad, a cui offrono capacità difensive missilistiche e aeree. Alcuni sono in servizio presso la Prince Sultan Air Base, 60 chilometri a sud della capitale, da dove manovrano le batterie antimissili Patriot i sistemi di difesa antiaerea.
Giordania
Situata a Azraq, 100 chilometri a nord-est di Amman, la Muwaffaq Air Base ospita il 332esimo stormo della U.S. Air Force, responsabile di missioni attraverso tutto il Levante.