Putin spiazzato, oggi vede Araghchi a Mosca ma niente soccorso militare
di Rosalba CastellettiA scanso di equivoci, «per evitare aspettative esagerate», i propagandisti della tv Rossija1 hanno subito messo le cose in chiaro ricordando che l’accordo di partenariato strategico siglato lo scorso gennaio tra Mosca e Teheran non prevede la mutua difesa, anzi all’articolo 3 comma 3 sostiene esplicitamente che «in caso di aggressione, l’altra parte non fornirà alcuna assistenza militare o di altro tipo all’aggressore... e aiuterà a garantire che le controversie sorte siano risolte sulla base della Carta delle Nazioni Unite».
La reazione russa ai raid statunitensi contro l’Iran è perfettamente in linea con il codicillo: insieme a Cina e a Pakistan, la Russia ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu proponend…
A scanso di equivoci, «per evitare aspettative esagerate», i propagandisti della tv Rossija1 hanno subito messo le cose in chiaro ricordando che l’accordo di partenariato strategico siglato lo scorso gennaio tra Mosca e Teheran non prevede la mutua difesa, anzi all’articolo 3 comma 3 sostiene esplicitamente che «in caso di aggressione, l’altra parte non fornirà alcuna assistenza militare o di altro tipo all’aggressore... e aiuterà a garantire che le controversie sorte siano risolte sulla base della Carta delle Nazioni Unite».
La reazione russa ai raid statunitensi contro l’Iran è perfettamente in linea con il codicillo: insieme a Cina e a Pakistan, la Russia ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu proponendo l’adozione di una risoluzione che chiede un cessate il fuoco immediato e incondizionato in Medio Oriente, senza però mai nominare né gli Stati Uniti, né Israele.
Rispetto a Pechino che ha «condannato fermamente» i bombardamenti statunitensi e invitato «le parti in conflitto a cessare il fuoco», Mosca è andata persino oltre. Non soltanto ha chiesto «la cessazione delle aggressioni e l’intensificazione degli sforzi per creare le condizioni affinché la situazione torni in un canale politico e diplomatico», ma ha definito l’attacco statunitense «una decisione irresponsabile» che «viola palesemente il diritto internazionale» e che «ha inferto un duro colpo alla credibilità del Trattato di non proliferazione nucleare» col rischio di «una pericolosa escalation che potrebbe indebolire ulteriormente la sicurezza regionale e globale».
La dura condanna rischia di incrinare il dialogo appena avviato tra Mosca e Washington dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Ma l’ex leader, oggi vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitrij Medvedev ha persino rincarato con un attacco diretto: «Trump non vincerà il Nobel per la Pace» e non farà che rendere «più forte il regime politico iraniano» perché «la gente si sta consolidando attorno alla Guida Spirituale».
Quanto la Russia si spingerà oltre alle condanne di rito, diventerà più chiaro oggi dopo il colloquio tra il presidente russo Vladimir Putin e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi previsto al Cremlino. Teheran spera in un maggiore coinvolgimento di Mosca per dare almeno una parvenza di equilibrio delle forze dopo la discesa in campo degli Usa al fianco di Israele.
Iamir Saeid Iravani, ambasciatore dell'Iran all'Onu
Iamir Saeid Iravani, ambasciatore dell'Iran all'Onu
A detta di diversi esperti, a partire da Hanna Notte, direttrice dell’Eurasia Nonproliferation Program presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies, è improbabile però che il presidente russo vada oltre una reiterata, ma inverosimile, offerta di mediazione di un ritorno ai negoziati. Inverosimile perché, dopo che Putin era riuscito faticosamente a stringere alleanze con tutti i principali attori mediorientali, tre anni e mezzo di conflitto in Ucraina hanno messo a dura prova il suo equilibrismo e, dopo la caduta dell’alleato siriano Bashar al-Assad, anche la sua reputazione di partner affidabile.
Da questa posizione ridimensionata, e impegnato com’è a non inimicarsi partner ben più strategici, Putin può fare ben poco per andare in soccorso dell’Iran. Già negli ultimi tre anni ha sempre cercato di non superare le linee rosse che avrebbero messo a repentaglio i suoi rapporti di lunga data, seppur travagliati, con Israele e con gli Stati del Golfo negando a Teheran i caccia avanzati o i sistemi di difesa aerea più sofisticati che l’avrebbero aiutata a difendersi dagli attacchi israeliani.
Quel che può sperare è di trarre vantaggio dall’escalation in Medio Oriente perché potrebbe allontanare l’Ucraina dall’agenda mediatica, ridurre il sostegno occidentale a Kiev e aiutare le sue finanze con un aumento dei prezzi del petrolio, in particolare se l’Iran chiudesse lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, come osserva Nigel Gould-Davies, esperto di Russia ed Eurasia presso l’Istituto Internazionale di Studi Strategici, il raid statunitense è «uno sviluppo decisamente indesiderato» perché «dimostra l’assoluta imprevedibilità di Trump», «la sua disponibilità a usare la forza all’estero, non solo a minacciarlo», «il potenziale collasso di un partner stretto», ma soprattutto «l’improvvisa irrilevanza della Russia per la sicurezza mediorientale».