✕

Khamenei nel mirino resta chiuso nel bunker. I dubbi: scontro totale o intesa con il nemico

Ascolta l'audio

Le colombe come Larijani spingono per il passo indietro della Guida che consenta il negoziato. I falchi vogliono la guerra
2 minuti di lettura

C’è un solo punto su cui, nei palazzi del potere a Teheran, tutti sembrano essere d’accordo: la vita di Khamenei. L’assassinio della Guida suprema chiuderebbe la porta a qualsiasi negoziato e potrebbe provocare risposte senza limiti, dice un funzionario alla Reuters, una posizione confermata anche da altre due fonti a conoscenza delle valutazioni in corso nell’apparato. E del resto due giorni fa anche la massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, il grande ayatollah Ali al Sistani, certo non sospettabile di simpatie verso Khamenei, ha avvertito di possibili «conseguenze disastrose sulla regione» e «un caos diffuso» se venisse eliminato.

Ma dietro questa linea, la guerra ha scavato crepe e divisioni nel sistema della Repubblica islamica, che riguardano la gestione operativa del conflitto ma anche le scelte politiche da fare. Khamenei, che ha 86 anni ed è malato da tempo, è chiuso in un bunker braccato dai jet israeliani. Gli parlano solo poche persone e faccia a faccia. Un grupp…

C’è un solo punto su cui, nei palazzi del potere a Teheran, tutti sembrano essere d’accordo: la vita di Khamenei. L’assassinio della Guida suprema chiuderebbe la porta a qualsiasi negoziato e potrebbe provocare risposte senza limiti, dice un funzionario alla Reuters, una posizione confermata anche da altre due fonti a conoscenza delle valutazioni in corso nell’apparato. E del resto due giorni fa anche la massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, il grande ayatollah Ali al Sistani, certo non sospettabile di simpatie verso Khamenei, ha avvertito di possibili «conseguenze disastrose sulla regione» e «un caos diffuso» se venisse eliminato.

Ma dietro questa linea, la guerra ha scavato crepe e divisioni nel sistema della Repubblica islamica, che riguardano la gestione operativa del conflitto ma anche le scelte politiche da fare. Khamenei, che ha 86 anni ed è malato da tempo, è chiuso in un bunker braccato dai jet israeliani. Gli parlano solo poche persone e faccia a faccia. Un gruppo di alti funzionari sta cercando una via d’uscita dall’impasse per mettere al sicuro il regime ed evitare una guerra devastante, secondo quanto risulta a Repubblica da due fonti con conoscenza delle discussioni in corso. Ne fanno parte i fratelli Larijani, l’ex potente speaker del Parlamento Ali e l’ex capo della magistratura Sadegh, l’ex presidente considerato moderato, Hassan Rouhani, che firmò l’accordo sul nucleare con Obama nel 2015. «Credono che Khamenei sia arrivato su un binario morto e non abbia alcuna iniziativa per salvare l’Iran». Provano a convincerlo a passare i poteri a un consiglio di leadership, una specie di ritorno alle origini: nel 1979 l’ayatollah Khomeini creò in gran segreto un “consiglio rivoluzionario” per gestire la rivoluzione islamica. Khamenei tuttavia non avrebbe intenzione di fare un passo indietro. Ha indicato possibili successori nel caso in cui venisse eliminato, ma finché è in vita, vuole decidere. Un suo storico consigliere, Ali Akbar Velayati, avverte che le basi utilizzate dalle forze statunitensi per lanciare attacchi contro siti nucleari iraniani saranno considerate «obiettivi legittimi per le nostre forze armate». Ma i vertici del regime sanno bene che una risposta militare che coinvolga soldati o basi Usa potrebbe produrrebbe un contrattacco ancora più duro, mettendo ancora più rischio il sistema della Repubblica Islamica. È su questo che fa leva il gruppo guidato dai Larijani, che vorrebbe arrivare a un negoziato con gli americani. Ed è la linea in parte espressa anche da Ali Shamkhani, consigliere della Guida che era stato dato per morto nei primi giorni di bombardamenti, ma è vivo e ferito. «Anche se i siti nucleari venissero distrutti, la partita non sarebbe finita – scrive. I materiali arricchiti, le conoscenze iraniane e la volontà politica resteranno. L’iniziativa ora spetta a chi gioca con intelligenza ed evita attacchi alla cieca».

I sostenitori del negoziato devono però fare i conti con gli ultraconservatori guidati dal superfalco Saeed Jalili, veterano della guerra Iran-Iraq, ex candidato sconfitto alle ultime elezioni presidenziali che hanno consegnato la vittoria al più pragmatico Pezeshkian. Jalili ha molta influenza sul parlamento iraniano dove dominano gli estremisti, che ieri chiedevano una reazione eclatante, ovvero la chiusura dello stretto di Hormuz, che metterebbe l’Iran in rotta di collisione anche con gli arabi del Golfo e contro i suoi stessi interessi, perché quella è una via di transito cruciale per il petrolio iraniano. Il Parlamento non ha il potere di decidere la gestione della guerra, ma i falchi premono per lo scontro militare, minacciano di agitare le piazze facendo leva sul desiderio di vendetta delle frange più estremiste. Si spiega anche così la partecipazione di Pezeshkian alla manifestazione di piazza Enghelab, ieri pomeriggio. «Era lì per tenere buoni i lealisti e gli intransigenti», dice un giornalista iraniano. Per ora non si tratta di manifestazioni oceaniche. L’opposizione più laica e liberale resta a guardare cercando di capire quale equilibrio o rottura prevarrà dentro l’apparato ora che l’America è entrata in guerra, mentre le piazze e le strade di Teheran sono presidiate dai Basiji, la temibile milizia esperta in repressione di piazza, segno che il sistema è pronto a difendersi con i denti, almeno all’interno del paese.

Leggi i commenti