Da Bagdad a Doha e Riad, adesso i Paesi vicini aspettano la rappresaglia
di Francesca CaferriUno studio tv nel Qatar
A separare l’Iran dai Paesi del Golfo c’è uno spicchio di mare – il Golfo Persico – che nel suo punto più stretto misura più o meno 80 chilometri e in quello più largo poco più di 300. Basterebbe questo, la geografia, a spiegare la prudenza e il nervosismo con i cui le nazioni della regione hanno reagito all’attacco americano contro quello che, per anni, è staro il loro nemico numero uno.
Ad aprire il balletto delle dichiarazioni ieri è stato il Qatar, che ha parlato di «tensioni pericolose»: a poca distanza è arrivata la nota dell’Arabia Saudita sulla «grande preoccupazione» del regno, seguita da una dello stesso tono dal Kuwait. Più dure le posizioni dell’Iraq, che ha condannato le azioni americane – memore del prezzo pagato per l’ultimo e…
A separare l’Iran dai Paesi del Golfo c’è uno spicchio di mare – il Golfo Persico – che nel suo punto più stretto misura più o meno 80 chilometri e in quello più largo poco più di 300. Basterebbe questo, la geografia, a spiegare la prudenza e il nervosismo con i cui le nazioni della regione hanno reagito all’attacco americano contro quello che, per anni, è staro il loro nemico numero uno.
Ad aprire il balletto delle dichiarazioni ieri è stato il Qatar, che ha parlato di «tensioni pericolose»: a poca distanza è arrivata la nota dell’Arabia Saudita sulla «grande preoccupazione» del regno, seguita da una dello stesso tono dal Kuwait. Più dure le posizioni dell’Iraq, che ha condannato le azioni americane – memore del prezzo pagato per l’ultimo esperimento di regime change – e dell’Oman, il Paese che in questi mesi ha mediato fra Iran e Stati Uniti: per Muscat l’attacco è stato «illegale».
Tutte queste dichiarazioni, dietro alle diverse sfumature, nascondono una seria paura: per mesi i Paesi del Golfo hanno invitato Trump a proseguire nel negoziato con l’Iran. Così non è stato. E ora a pagarne il prezzo potrebbero essere loro.
Il Qatar per primo: a Doha c’è al Udeid, principale base militare americana in Medio Oriente, in queste ore in stato di massima allerta. Da tempo il Paese intrattiene con l’Iran relazioni ottime: ma potrebbe non bastare. C’è poi l’Arabia Saudita: l’alleato chiave di Trump teme prima di tutto per i suoi pozzi di petrolio, già toccati da attacchi iraniani in passato. I missili potrebbero danneggiare l’industria su cui si basa l’intera economia del Paese: oltre a far schizzare in alto il prezzo del greggio nel mondo.
Ragionamento simile vale per gli Emirati arabi uniti, dove fanno base moltissimi dei gruppi Usa attivi nel Golfo: per anni la federazione ha lavorato per costruirsi l’immagine di luogo sicuro per gli affari. Basterebbe una giornata di guerra per metterla in discussione. Il Kuwait da parte sua teme che le radiazioni che potrebbero diffondersi dagli impianti nucleari raggiungano l’emirato, il più vicino geograficamente all’Iran.
Assieme alle considerazioni particolari, ci sono poi quelle generali: tutti ricordano bene come l’ultima avventura americana nella regione – in Iraq del 2003 – abbia gettato le basi per un’instabilità che, in forme diverse (terrorismo, guerre civili, divisioni settarie, profughi) è andata avanti per anni. E tutti temono che un Israele trionfante finirebbe per imporre la sua volontà nell’aerea per anni a venire. Di fronte a tutto questo la richiesta è univoca: tornare al tavolo negoziale.